HomeViareggioCronacaTravolse e uccise il ladro: "Fu omicidio volontario. Le sia dato l’ergastolo"La richiesta della pm per la balneare che investì un borseggiatore a Viareggio "Ha scelto di inseguire il bandito, raggiungerlo e investirlo con il suo suv". La difesa: "Eccesso colposo di legittima difesa". Sentenza prevista l’11 giugno.Cinzia Dal Pino ieri mattina all’arrivo in tribunale a Lucca (. Foto AlcideRicevi le notizie de La Nazione su GoogleSeguiciLa parola ergastolo è risuonata ieri nell’aula 1 del Tribunale di Lucca e si è abbattuta come un macigno sulla testa di Cinzia Dal Pino, la balneare viareggina accusata di aver inseguito, investito e ucciso l’uomo – successivamente identificato per Nouredine Mezgou, marocchino di 52 anni senza fissa dimora – che poco prima l’aveva rapinata mentre, all’uscita da un ristorante della darsena viareggina stava salendo in auto. Ad avanzare la richiesta dell’ergastolo è stata la Pm Sara Polino secondo cui la donna avrebbe agito con l’intenzione di uccidere. Per lei il reato è quello dell’omicidio volontario pluriaggravato senza possibilità di attenuanti. Ergastolo, insomma. Senza se e senza ma. Perché quella notte fra il 7 e l’8 settembre 2024, secondo la Pm, la Dal Pino poteva fare altre cose, fra cui rientrare nel ristorante dove aveva cenato e chiedere aiuto. "Invece – ha rimarcato la Pm – ha scelto di inseguire il bandito, raggiungerlo e travolgerlo con il suo Suv. Solo per recuperare la borsetta". La scena era stata tutta ripresa dalle telecamere della zona. "E quelle immagini – ha detto ancora la Pm – smentiscono quanto lei stessa dichiarò alla polizia il giorno dopo quando gli agenti andarono a bussare alla sua porta". Anche il dopo omicidio è censurabile per la Pm: "Ha proseguito la marcia verso mare per poi fare inversione e tornare indietro. Ha visto l’uomo riverso a terra, ma non ha chiamato i soccorsi. E neppure quando è tornata al ristorante per restituire l’ombrello che le avevano prestato si è sentita in dovere di dire quello che era successo". Gli avvocati di parte civile, Enrico Carboni e Gianmarco Romanini, hanno sposato la ricostruzione dell’accusa e rimarcato il comportamento disumano tenuto dalla donna nei confronti di un uomo, "un invisibile della nostra società, che è stato lasciato morire sul ciglio di una strada".