Sono seduta su uno dei divanetti di “Fashion Becomes Art”: alla mia sinistra c’è una coppia, lei dormicchia con la testa sulla spalla di lui, alla mia destra quelle che poi scoprirò essere le loro figlie, due bambine con vestiti identici tipo gemelle di “Shining”.

Sono lì seduta – perché, come tutti, alle mostre voglio innanzitutto sedermi per riprendermi dalle fatiche culturali – quando un tizio della sicurezza si getta addosso a un visitatore che, facendo l’esperto che spiega chissacché alle sue accompagnatrici, si è messo a palpeggiare un vestito di seta color salmone, uno dei pochi della mostra a non essere sotto vetro.

È uno dei portati dell’essere otto miliardi, almeno sette dei quali determinati a partecipare a quella cena a buffet che è il turismo culturale: che gente inadeguata entra nei musei, gente inadeguata paga il biglietto per le mostre, gente inadeguata pensa che un abito del 1932 messo in mostra su un piedistallo si possa smanacciare come si fa con la camicetta da 9 e 99 esposta da Zara.

Sì, i curatori della mostra gli hanno detto che non sono solo vestiti, gliel’hanno didascalizzato nel titolo, è moda che diventa arte, ma insomma, su, è solo un vestito, mica un vestito sarà un reperto storico, è un vestito, mia mamma ne ha di uguali nell’armadio, cos’avrà di speciale.