Adesso comincia la sfida più difficile. «Rossetto e caffè» si è affermata dal basso, è esplosa e non era possibile contrastarla in nessun modo. «Per sempre sì» a Sanremo l’hanno vista arrivare troppo tardi e all’«Eurovision» si è piazzata quinta conquistando un bel po’ di hit parade del Vecchio Continente. Da oggi, però, «Per sempre sì» è anche il nuovo album di Sal Da Vinci, promosso a star nazionale a 57 anni, dopo circa cinquanta anni di... gavetta.

Ti aspettano col fucile puntato, Sal. «Lo so, ma le canzoni se funzionano non le fermi». In attesa della risposta del pubblico, che disco hai preparato? «Un lavoro composito, ho iniziato a lavorarci quasi due anni fa, in compagnia di Vincenzo D’Agostino, che poi ci ha lasciato, affidandomi i suoi ultimi versi. Poi è arrivato lo staff dei nuovi autori che mi hanno portato all’avventura sanremese: Federica Abbate, Alessandro La Cava, Merk e Kremont. E, infine, ancora due giovani producer: Cino e Starchild. Io vengo da una scuola classica, mi ha conquistato anche il loro modo di mettere in piedi una canzone. Sempre sotto l’occhio vigile di Adriano Pennino, si intende». Tra italiano e napoletano (suona sempre meglio), tra una bachata (il nuovo singolo «Poesia») e un’ampia melodia caratterizzata dalla tua vocalità prepotente ci sono ritmi sostenuti, quasi tentassi un incrocio tra il Massimo Ranieri più tradizionale e l’operazione che fecero i Ricchi e Poveri della stagione dance per la Baby Records. «Magari! Massimo è leggenda e pure il quartetto non ci scherza. Ma sì, c’è melodia, c’è canzone italiana, ma anche suoni latini ed un sostegno ritmico che mi godo anche io». Vienna ti ha lasciato qualche amarezza? «No, solo un senso di spossatezza da cui non so quando mai riuscirò a riprendermi. È stata una botta d’adrenalina pazzesca, ma anche una fatica immane. Dietro quelle due mini-esibizioni c’è una settimana di lavoro 24 ore su 24». Da dove viene il successo di «Rossetto e caffè» e di «Per sempre sì»? Sei riuscito a capirlo? «Dalla gente, credo mi abbiano aperto le porte delle loro case, mi sentano come uno di loro, mi abbiano messo nello stato di famiglia, abbiano avvertito il mio sincero messaggio d’amore. In fondo, “Per sempre sì” è questo, un progetto, un sentimento, un’idea di famiglia, di tribù, di collettività. In un tempo di individualismo dilagante, la promessa d’amore, nuziale o meno, ha fatto centro forse anche per questo». Beh, la famiglia c’è tutta nell’album: «Per sempre sì» dedicato a tua moglie Paola, «Voglio ancora amarti» in cui ti rivolgi a papà Mario, «Somigli» divisa con tuo figlio Francesco. «La canzone per mio padre era ferma da tempo, mi si strozzava in gola come il dolore per la sua perdita. Mi è servito tempo per trasformare il vuoto della sua assenza in qualcosa d’altro e finalmente sono riuscita a inciderla. Il brano con mio figlio è una domanda che gli ho posto. Gli ho chiesto che padre sono stato, glielo ho chiesto ora che è padre anche lui». «Dimmelo» è un duetto con Serena Brancale. «È venuto fuori in un attimo, ho riaperto il disco per inserirlo. Lei è una persona e una artista splendida». Torno a dirti che ti aspettano con il fucile puntato. «Sì, ma soloni e censori che ne sanno della canzone popolare? Sono grato a Morgan, uno che di musica se ne intende: l’ho ringraziato nei giorni dopo il Festival perché si è accorto che quei due miei pezzi di successo sono figli di una tradizione nobilissima, che va persino più indietro della canzone napoletana classica, con progressioni che discendono dalla lezione di Alessandro Scarlatti. Poi, se per qualcuno “matrimonio napoletano” è un’offesa, beh... peggio per lui, mangeremo e berremo anche al suo posto». Cazzullissimo! In attesa del tour estivo che ti riporterà a Napoli, Arena Flegrea, il 25, il 27 e 27 settembre, il 5 giugno sarai all’Arena di Verona, per sostenere tra Massimo Ranieri e Patti Smith, Serena Rossi e Gigi D’Alessio, le ragioni per cui l’Unesco dovrebbe riconoscere la canzone napoletana classica come bene immateriale dell’umanità. C’è polemica perché non si parte da Napoli, ma dall’arena di Verona cara al ministro Mazzi. «Se polemica ci deve essere è perché Di Giacomo e Tosti non sono già da anni protetti dall’Unesco. CantaNapoli è così internazionale che una cornice prestigiosa come quella di Verona va benissimo per iniziare. L’importante è centrare il bersaglio. E sapere che in quel momento faremo festa a Napoli. A nome di tutto il mondo».