Cosa fa di uno spazio un luogo? Tenete a mente questa domanda, bellissima: altrettanto bella, come vedrete, è la risposta. Ero a Trento, alla cerimonia di premiazione degli operatori socio sanitari che lavorano negli hospice e nelle Rsa del Trentino Alto Adige.
Già un premio dedicato a chi opera nelle cure palliative (Premio Francesca Paris Kirchner, terza edizione) è una notizia che segnala il grado di civiltà di una comunità. La Fondazione Hospice Trentino conta su più di cento volontari e svolge corsi di formazione costanti.
L’ancor più bella sorpresa sono stati i volti e le storie dei premiati: tutti giovani, medici, infermieri o neolaureati, operatori del territorio che lavorano anche in aree interne, in montagna. Bellissimo il lavoro di Davide Rossi, del Cima Verde di Trento, che ha scritto di «ambiente come parte della cura: la personalizzazione degli spazi in hospice come pratica dell’operatore socio sanitario». Premessa: «Lo spazio dell’hospice è spesso l’ultimo luogo che la persona abita».
È così. Dunque: cosa fa dello spazio un luogo? L’identità, la memoria, la relazione, l’intimità. Se hai le tue cose sei ancora te stesso. I tuoi oggetti, le tue fotografie, la tua musica, la tua pianta. Qualche piccolo accorgimento. Bussare alla porta prima di entrare, chiedere permesso prima di aprire il cassetto di un comodino o prendere in mano una fotografia, «Posso?». Non cambiare la disposizione degli oggetti.











