«Stiamo insegnando ai cinesi a bere l’espresso. I risultati sono incoraggianti, diventerà un mercato straordinario. Già ora è diventato il nostro quarto mercato estero, dopo Europa, Usa e Paesi arabi. In Cina c’è molta voglia di Occidente e incominciano a rifiutare i surrogati, perciò per il vero espresso italiano si profila un Eldorado. Vuol mettere se un miliardo e mezzo di cinesi si abituerà al gusto del nostro caffè?»: Francesco Segafredo è presidente di Esse Caffè, griffe storica della torrefazione italiana.

La nascita risale agli anni 30 quando Gaspare Segafredo fondò una torrefazione. Quando, col fascismo, arrivò l’autarchia e il divieto di importare caffè, egli si rifiutò di sostituirlo con altro, dal malto alla segala, e preferì chiudere. Suo padre, Giampiero, nel 1952 rispolverò le macchine e riaprì, a Bologna, la torrefazione.

Dal 1979 è il figlio Francesco che, pur rifiutando la grande dimensione, sta cercando di fare proseliti nel mondo. E chiama i suoi clienti (gli americani insieme ai cinesi) in un hub dove viene illustrata la storia del caffè, dalla semina alla tazzina, spiegato il processo di torrefazione, proposto il tavolo degli aromi («percorso sensoriale immersivo alla scoperta delle note aromatiche del caffè, anche duemila in una tazzina»). Fattura 55 milioni, la metà dall’export in 60 Paesi, con 70 dipendenti. Fa parte del pool che sta promuovendo la proposta di fare diventare l’espresso Patrimonio Unesco dell’Umanità.