A Pechino Laopu fattura il doppio di Cartier e la supercar di Huawei assorbe un terzo dei consumi
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Da Milano a Parigi, i colossi della moda, dei gioielli e dell'auto sapevano di poter contare sulla fame insaziabile dei cinesi. Oggi quel dogma si è infranto. Dopo il Covid i brand di lusso europei si sono dovuti confrontare con il crollo della domanda di beni da Pechino. Eppure, nonostante un'economia interna che viaggia a marce ridotte, frenata da una crisi immobiliare ancora irrisolta e da consumi stagnanti, la Cina non ha smesso di desiderare l'esclusività, ha semplicemente deciso di farsela da sola.Il fenomeno ha un nome preciso: guochao, ovvero la tendenza culturale - prima ancora che commerciale - che vede i consumatori della repubblica popolare abbandonare lo status symbol occidentale per abbracciare l'orgoglio patriottico e l'estetica orientale dei brand Made in China. Un vero e proprio cambio di paradigma che sta ridisegnando le mappe geopolitiche del mercato d'alta gamma.Partiamo dai migliori amici di ogni donna, diamanti e gioielli: Richemont, proprietario di marchi del calibro di Cartier, Van Cleef & Arpels, ha registrato un calo del 23% delle vendite in Cina nell'ultimo anno. Non per questo le signore che passeggiano lungo la Grande Muraglia non sfoggiano gioielli incredibili, semplicemente sono fatti a mano in Cina. L'oro imperiale di Laopu Gold, che unisce l'artigianato classico ai motivi della Città Proibita, ha triplicato il fatturato, generando per negozio circa il doppio dei ricavi rispetto a Cartier. Un successo tale da spingere Bernard Arnault, patron di Lvmh, a visitare personalmente le boutique del rivale a Shangai.Arnault ha voluto studiare da vicino anche Songmont, marchio di borse in pelle di alta qualità da 500 dollari che, insieme a Truuzen, ha scalzato i giganti come Hermès. Non è però solo una questione di costi più competitivi, ma anche di risveglio ideologico: i consumatori non vogliono più essere pedine del marketing occidentale.









