I sondaggi indicano da tempo una crescente disaffezione dei giovani americani per l’intelligenza artificiale (AI): usata e detestata. Un disagio divenuto evidente qualche giorno fa quando i discorsi di fine anno accademico di leader delle tecnologie in università di Florida, Tennessee e Arizona, con inviti ai neolaureati a prepararsi alla nuova era basata sull’AI, sono stati interrotti da valanghe di fischi. Ora il caso è esploso. E, a guardare bene i numeri, colpisce che quelli più avanti con gli anni, i babyboomers, sono più ben disposti di figli e nipoti verso l’AI. Era sempre stato il contrario col digitale: con videogame, personal computer, reti sociali, smartphone, i ragazzi erano stati i primi ad arrivare e a entusiasmarsi. I genitori non capivano, frenavano.
È successo anche con ChatGPT: quando uscì gli adulti ci misero un bel po’ a capire mentre la generazione Z dopo un mese lo usava in massa a scuola, in tutto il mondo. Cosa sta succedendo? In parte c’entra la psicologia del rapporto tra generazioni: videogiochi e abuso di social erano trasgressioni, frutti proibiti. Mentre ora l’uso dell’AI è incoraggiato nelle scuole Usa, ma entro binari regolamentati. C’è anche altro: i sondaggi dicono che molti giovani, pur usandola, vedono che l’AI danneggia la creatività, la capacità di pensare criticamente. E in tanti già toccano con mano l’impatto negativo dell’AI sul loro mondo del lavoro. Non siamo ai temuti licenziamenti di massa, ma in molte professioni (come quelle legali o amministrative) la tecnologia di OpenAI, Google o Anthropic cancella gli entry jobs: il primo impiego di chi parte dalle mansioni meno complesse. Le macchine intelligenti le svolgono quasi a costo zero.














