Fischi durante cerimonie di laurea, studenti irritati quando un dirigente tech parla di intelligenza artificiale, domande sempre più dirette sul futuro del lavoro. La tensione attorno all’AI è arrivata nei campus universitari USA; proprio nei luoghi che per anni hanno alimentato Silicon Valley con ingegneri, sviluppatori e ricercatori. Sonore contestazioni e boooooo collettivi nei confronti di chi tesse le lodi dei modelli generativi sono ormai all’ordine del giorno Oltreoceano.

Le dichiarazioni del CEO di Google Sundar Pichai, intervenuto nel podcast Hard Fork prima del suo discorso introduttivo previsto a Stanford, fotografano un momento delicato per l’intero settore tecnologico. Pichai ha ammesso che le preoccupazioni degli studenti sono legittime: chi oggi si laurea contribuirà allo sviluppo dell’AI, ma dovrà anche affrontarne le conseguenze dirette sul mercato del lavoro. La frase arriva mentre numerose aziende statunitensi collegano licenziamenti e riorganizzazioni interne all’adozione di strumenti basati su modelli linguistici generativi.

Il clima è cambiato rapidamente rispetto a pochi anni fa. Tra il 2022 e il 2026 l’accelerazione impressa da sistemi come ChatGPT, Gemini, Claude e Copilot ha trasformato la percezione pubblica dell’automazione cognitiva. All’inizio prevaleva curiosità; oggi cresce un misto di interesse e timore. Un sondaggio del Pew Research Center indica che circa metà dei cittadini si sente più preoccupata che entusiasta davanti alla diffusione dell’intelligenza artificiale nella vita quotidiana.