Maggio e giugno negli Usa sono tempo di laurea, e quest’anno dalle cerimonie tenute sui campus è emerso un nuovo genere di video virale. Dalla Florida a San Francisco ogni qualvolta che è stata evocata l’Ia, gli illustri oratori invitati dalle università sono stati subissati dai fischi degli studenti.

All’università di Arizona Eric Schmidt, ex Ceo di Google, è stato interrotto dalla contestazione dei laureandi, a Stanford (praticamente una consociata di Silicon Valley) è toccato a Sundar Pichai della Google assaporare la rabbia degli studenti. Le bordate hanno certificato il passaggio della tecnologia più totalizzante da problema teorico ad incombente minaccia esistenziale per la generazione che oggi si affaccia ad un mondo del lavoro che promette di esserne stravolto. Gran parte delle proteste, ad esempio, provengono dai programmatori il cui settore presumibilmente “sicuro” è fra quelli più impattati dal vibe coding che utilizza la Ia per comporre software.

CONTEMPORANEAMENTE nulla sembra fermare la corsa all’adozione – e alla capitalizzazione. Quella di Space X ad esempio, che in questi giorni sta ipnotizzando Wall Street, si basa per l’80% sulla proiezione di utili della divisone di intelligenza artificiale (X Ai) della società di Musk. Open Ai e Anthropic avranno a breve opa di simili presumibili entità, in base ai fantomatici utili della «quarta rivoluzione industriale». Il traino dell’intera economia sembra scommesso su sistemi di cui ancora è ancora poco chiaro il funzionamento, le applicazioni e soprattutto gli effetti macroeconomici e sociali.