Le università americane ribollono per le proteste contro gli imperi delle intelligenze artificiali. Non solo per il condizionamento e le discriminazioni, ma soprattutto per la profonda e inquinante impronta ambientale. L’immaterialità dei sistemi generativi consuma troppo energia. Ma non è solo una rivolta ambientalista.
Poco più di 20 anni fa, eravamo proprio nel giugno del 2005, nelle stesse università che oggi bruciano le bruchure di gemini e ChatGPT, si celebravano i capitani coraggiosi della Silicon Valley. Un trionfante Steve Jobs scandiva davanti alla platea adorante degli allievi dell’Università di Stanford il suo incitamento alla competizione digitale: stay Hungry, stay Foolish. Uno slogan che da allora viene ripetuto in tutti gli incubatori di start up e urlato in tutte le riunioni di motivatori. Con quella cerimonia si apriva la grande marcia trionfale dell’Apple e di tutta la Silicon Valley, che nel primo scorcio del nuovo secolo ha rappresentato prima ancora di un primato sconomico e tecnologico, una visione del mondo sintetizzata dal Don’t be devil di Google.
Poi, dopo quella scorpacciata di dati che gli anni del covid hanno permesso ai monopoli digitali, la scena è cambiata. L’avvento delle intelligenze artificiali, con la coda lunga di infrastrutture industriali, quali microchip e data center, hanno sfatato il mito della leggerezza e immaterialità. Già l’impero industriale della mela morsicata da Steve Jobs nascondeva giganteschi stabilimenti di produzione degli iPhone, dove gli operai cinesi si suicidavano a mucchi. Ma la retorica del famoso spot del 1984, in cui una leggiadra e sbarazzina giovinetta lanciava il suo martello rivoluzionario contro l’effige del grande fratello, che allora era l’IBM, cancellava ogni ombra.










