di
Sara Gandolfi
Leire Díez e Santos Cerdán avrebbero agito per «difendere» dai magistrati persone vicine al premier spagnolo (che nega di essere stato a conoscenza delle loro operazioni illecite)
La chiamavano la «fontanera», che in Spagna significa idraulica ma pure facilitatrice, quella figura onnipresente e invisibile che, come l’artigiano che ripara le tubature nei muri, lavora nell’ombra in seno ai partiti politici, tesse incontri segreti, se non clandestini, opera in modo discreto per garantire che la «macchina» funzioni e per evitare scandali o inciampi. A volte, rasentando l’illecito. Leire Díez, l’ex attivista e consigliera comunale del Partito socialista operaio spagnolo (Psoe) si era guadagnata il ruolo sul campo. Alla fine, però, lo scandalo lo ha fatto scoppiare proprio lei, quando si sono diffuse le registrazioni sui suoi maneggi loschi. Fino all’arresto, con l’accusa di corruzione e traffico di influenze. Oggi non la chiamano più «fontanera» ma «cloaca», il condotto sotterraneo che doveva raccogliere e far sparire le acque sporche del Psoe. Che ora tornano a galla, più nere di prima.
Leire Díez e Santos Cerdán, co-protagonista della «cloaca», si sono conosciuti nell’aprile del 2024, quando la donna contattò l’allora segretario organizzativo del Psoe per offrirgli «dossier riservati». In seguito, sotto la sua direzione, Díez incontrava imprenditori e poliziotti chiacchieroni per ottenere dati compromettenti, elargiva favori e denari, corrompeva testimoni scomodi, raccoglieva informazioni sensibili. L’obiettivo, sostengono gli inquirenti, era screditare la Guardia Civil, ma anche magistrati e pubblici ministeri che indagavano il circolo magico del potere socialista.














