Il tema è chiaro, ormai. Il caldo torrido non è più solo una spiacevole condizione con cui i tennisti devono fare i conti sempre più spesso. È un problema pesante che mette potenzialmente a rischio la loro salute oltre a infrangere sogni. Jannik Sinner è uscito di scena a Parigi in una giornata drammatica e degna di entrare nei libri di storia: avanti due set a zero e 5-1 nel terzo, semplicemente, è crollato. Schiacciato da una temperatura sahariana, dalla stanchezza accumulata da marzo, dal dover pagare il conto con la sorte per il ritiro di Dimitrov l’anno scorso a Wimbledon (il bulgaro lo avrebbe quasi certamente battuto) e per la pioggia che, al Foro Italico pochi giorni fa, gli ha permesso di andare a nanna quando, contro Medvedev, aveva accusato un malore per cui lui stesso ha ammesso di non trovare una definizione.
Si è afflosciato Sinner, dando vita a una via crucis durata due set le cui stazioni sono state teneri tentativi di stretching, piegamenti, conati di vomito più o meno controllati, sguardi disperati verso il suo angolo. Più volte è parso in procinto di diventare la versione tennistica della maratoneta svizzera Gabriela Andersen Schiess, che a Los Angeles 1984 entrò nel Memorial Coliseum non più in possesso delle facoltà fisiche e mentali per comandare i suoi muscoli. «Ho dormito male la scorsa notte e sono completamente esausto. Mi sentivo debole già dal terzo set», ha detto in conferenza stampa escludendo il ruolo del caldo.










