L’Avana chiede l’intervento di Guterres mentre sanzioni, blackout e accuse sui droni spingono la crisi con Washington più vicino al fuoco
©UN Photo/Mark Garten
A Cuba una crisi internazionale può cominciare anche da una presa che resta muta, dal frigorifero che non tiene, dalla benzina che manca, dalla corrente che salta, da un ospedale costretto a fare i conti con generatori, turni, farmaci, reparti pediatrici. Molto meno spettacolare di una portaerei. Molto più vicino alla vita vera.
Poi arrivano le parole dei governi, tutte stirate bene. Le pompe vuote diventano restrizioni energetiche. I blackout diventano crisi umanitaria. La pressione su un Paese intero diventa misura. Il linguaggio fa il suo lavoro: mette una tovaglia pulita sopra un tavolo che traballa.
A New York, il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez ha portato questa tensione davanti al segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, chiedendo l’intervento dell’ONU contro quella che L’Avana presenta come una possibile aggressione militare degli Stati Uniti. Il governo cubano parla di rischio di “bagno di sangue”. Formula pesante, certo. Però quando il lessico arriva lì, archiviarlo come teatro diplomatico diventa una comodità un po’ troppo elegante.








