Quando la OpenAi ha lanciato ChatGpt nel novembre 2022 i mezzi d’informazione e gli opinionisti hanno rapidamente adottato lo slogan dell’azienda secondo cui il mondo era cambiato. L’intelligenza artificiale generativa metteva in discussione alcuni dei colossi che fino a quel momento avevano definito l’economia digitale. Il potere della Alphabet, l’azienda proprietaria di Google, derivava dal suo dominio nel settore delle ricerche online e, ora che la OpenAi aveva una propria interfaccia attraverso cui le persone potevano trovare informazioni, si sosteneva che Google fosse nei guai. In passato Bing della Microsoft non era riuscito a sottrarre quote di mercato al re dei motori di ricerca, ma molti commentatori erano convinti che con ChatGpt le cose stessero per cambiare. Si sbagliavano.
A novembre del 2022 Google controllava il 92 per cento del mercato delle ricerche online. Il mese scorso il 90 per cento. Certo non la disfatta che tanti osservatori avevano previsto. E avrebbe dovuto essere evidente. Chi prevedeva un declino di Google aveva capito male. ChatGpt non rappresenta una minaccia per Google, tutt’altro. Il rilascio del chatbot da parte di un’azienda esterna ai vertici dell’industria tecnologica ha in un certo senso rappresentato una liberazione. Google stava già sperimentando con i chatbot, ma esitava a renderli pubblici per timore dei danni potenziali alla sua reputazione a causa delle risposte generate. Ma dopo che la OpenAi ha messo online la sua “macchina delle allucinazioni”, ogni freno è saltato.











