Se c’è una cosa di cui possiamo stare certi, è che tutti i colossi della Silicon Valley continueranno a fare del loro meglio (o peggio) per portare l’intelligenza artificiale generativa in ogni angolo della nostra vita digitale: dai chatbot classici in stile ChatGPT ai large language model inseriti a forza nelle piattaforme di Meta; da Amazon che lo integra in Alexa ai vari AI Agent che puntano a svolgere al nostro posto alcune delle più classiche attività online (shopping, prenotazioni, ecc.).In questo elenco non poteva mancare Google. Da sempre pioniera nel campo dell’intelligenza artificiale (è proprio Big G ad aver inventato nel 2017 l’architettura Transformer alla base degli LLM) e sviluppatrice di Gemini (uno dei modelli linguistici più potenti e performanti), Google da anni lavora per integrare l’intelligenza artificiale in quello che è da sempre il suo campo d’elezione: la ricerca online.Da Overviews a AI Mode, come cambia GooglePrima è stata la volta di AI Overviews. Introdotto nel maggio 2024, è l’evoluzione in salsa AI degli “snippet”: i box in cima alla pagina di Google che mostravano un estratto della risposta più pertinente. Con Overviews, questi box sono invece generati direttamente dall’intelligenza artificiale: un cambiamento importante, ma che non ha trasformato il nostro modo di porre domande a Google e che ha permesso ai classici link di godere comunque di ampia (anche se ridotta) visibilità.Adesso siamo giunti al passo successivo. Da pochi giorni è attivo anche in Italia AI Mode (presentato negli Stati Uniti già nel maggio scorso): un pulsante interno al motore di ricerca – ben visibile a destra della barra di Google – che se cliccato cambia completamente la nostra esperienza di ricerca. I link vengono relegati nella colonna di destra e hanno lo scopo principale di mostrare le fonti impiegate dall’intelligenza artificiale per generare la risposta, che invece occupa tutta la parte centrale della pagina. In poche parole, i link non sono più il cuore della ricerca, ma un corollario che mostra da dove provengono le informazioni utilizzate da AI Mode.Come spiega Google nel comunicato di lancio, “AI Mode è particolarmente utile per domande esplorative e attività complesse, come cercare informazioni, organizzare un viaggio o interpretare istruzioni articolate (...). Dietro le quinte, AI Mode utilizza la nostra tecnica di query fan-out: scompone la vostra domanda in sottotemi ed esegue contemporaneamente numerose ricerche per voi”. È insomma un utilizzo in stile ChatGPT (o Gemini), che impiega la tecnica del “ragionamento” per rispondere in maniera articolata a domande complesse, che nella modalità tradizionale avrebbero richiesto all’utente di eseguire una serie di singole ricerche.Integrato all’interno di Google, AI Mode è però “naturalmente” orientato alla ricerca online di informazioni, notizie, suggerimenti e guide, invece che all’assistenza nella stesura delle email, nella sintesi di testi lunghi, nella traduzione o in altri utilizzi classici di ChatGPT o Gemini.L’esempio canonico mostrato proprio da Google è quello del caffè: AI Mode permette, con una sola ricerca, di creare una tabella comparativa dei vari metodi di preparazione del caffè, sottolineando le caratteristiche, l’attrezzatura necessaria, i pro e contro di ogni metodo.Per chi è già abituato a usare i vari chatbot in circolazione, non è nulla di nuovo. L’integrazione nel motore di ricerca permetterà però a Google di diffondere l’utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa anche tra quelle tantissime persone che fino a oggi si sono tenute alla larga dai large language model, prediligendo la ricerca classica.I limiti della ricerca basata su AIAI Mode migliorerà davvero la ricerca online, come Google promette? In realtà, i limiti e i rischi sono parecchi. Prima di tutto, c’è il perdurante (e probabilmente irrisolvibile) problema delle allucinazioni, quando cioè un LLM presenta come se fosse un fatto un’informazione sbagliata o completamente inventata. Inoltre, l’esperienza di navigazione (che navigazione in realtà più non è) diventa meno soggettiva, più omogenea e completamente controllata dai sistemi d’intelligenza artificiale. Un cambiamento che – soprattutto sui temi più delicati, come può essere la politica – rischia di non riflettere più la nostra sensibilità e di cedere alle macchine un’ulteriore porzione della nostra autonomia decisionale.Niente più esplorazioni incontrollate del mare del web in grado di condurci spesso verso contenuti imprevisti e scoperte inaspettate. Al suo posto, rischiamo di abituarci a risposte preconfezionate e filtrate algoritmicamente.Al di là delle questioni filosofiche, i problemi sono anche molto concreti e di natura prettamente economica. Per esempio, che impatto avrà tutto ciò sulla salute del world wide web? Se già Overviews ha mostrato di ridurre anche del 40% la percentuale di utenti che cliccano sui link forniti, con AI Mode si va ancora oltre: “Google ha dato forma al web per come lo conosciamo e le persone lo usano 5mila miliardi di volte all’anno”, segnala la BBC. “AI Mode è un allontanamento radicale, perché a differenza di Overviews rimpiazza completamente la ricerca tradizionale”.E questo vale soprattutto se, come si teme, in futuro AI Mode non sarà più soltanto una sezione di Google, ma diventerà l’unica modalità di utilizzo del motore di ricerca. “Con l’introduzione di AI Mode, Google sta di fatto cercando di stravolgere il suo modello di business tradizionale prima che lo faccia qualche nuovo rivale”, scrive invece il New York Times.Che fine faranno i siti?È una rivoluzione che rischia di cancellare il “patto” che ha dato forma al web per come lo conosciamo: Google utilizza i contenuti prodotti dalle testate online per guadagnare, ma in cambio indirizza verso di loro enormi quantità di utenti. Con AI Mode, Google si limita invece a utilizzare i contenuti delle testate online (sfruttati dall’intelligenza artificiale per generare le risposte) senza più dare in cambio nulla.Se si considera che, secondo le stime, il 68% delle attività online parte dai motori di ricerca e che Google detiene il 90% di questo mercato, si capisce che l’impatto per le testate online (e i blog di cucina o di viaggi, i siti di recensioni di prodotti, ecc.) rischia di essere devastante. “Se AI Mode diventasse la modalità di ricerca base, comprometterebbe gravemente la principale fonte di guadagni della maggior parte degli editori online, oltre a disincentivare la creazione di contenuti da parte dei milioni di siti web che fanno affidamento sul traffico proveniente dai motori di ricerca”, ha spiegato Lily Ray, vicepresidente della società di ricerca Amsive.I dati confermano questi timori: si stima che oggi il 60% delle ricerche avvenga in modalità “zero-click” (ovvero senza cliccare su nessun link) e che il numero di click provenienti da Google sia già calato di oltre il 30%, poiché gli utenti si accontentano delle risposte fornite dall’intelligenza artificiale. Anche una recente ricerca condotta da Ahrefs conferma questi numeri, stimando una riduzione dei click verso le pagine più visitate pari al 35%.L’avvento del machine webChe cosa succederebbe se gli scenari peggiori si verificassero? Se giornalisti, comunicatori, blogger, divulgatori, creator, appassionati, hobbisti e tutte le altre figure che hanno contribuito a popolare di contenuti il web vedessero crollare le visite alle loro pagine web e di conseguenza i click sulle pubblicità che, in molti casi, rappresentano la principale fonte d’introiti?Con il diffondersi dei large language model – usati in modalità chatbot, per le ricerche o come agenti – il web potrebbe addirittura scomparire. O meglio, potrebbe recedere sullo sfondo, diventare a noi invisibile ed essere frequentato solo dalle intelligenze artificiali. La nostra esperienza – e il modo in cui le pagine web vengono progettate – muterebbe radicalmente: i modelli come ChatGPT o AI Mode diventerebbero l’unica interfaccia attraverso cui facciamo esperienza del web, mentre quest’ultimo si trasformerebbe in una sorta di sottostrato digitale.È uno scenario che sempre la BBC ha battezzato “machine web”: una rete in cui i siti sono progettati per essere letti dalle macchine, non dagli utenti, e dove l’unico modo di consumare informazione è attraverso i riassunti e i “rimasticamenti” dell’intelligenza artificiale.Oltre a essere abbastanza inquietante, la prospettiva del “machine web” non risolve la principale incognita economica: dal momento che i robot non cliccano sulle pubblicità (o sui link di affiliazione, ecc.), chi si occuperà di sostenere economicamente le pagine web che producono contenuti e che in questo modo permettono alle intelligenze artificiali di avere a disposizione informazioni aggiornate di ogni tipo?Una strada prevede che siano gli stessi colossi che sviluppano l’intelligenza artificiale a pagare i siti web: lo scorso maggio, Amazon ha per esempio siglato un accordo con il New York Times, dal valore di circa 60 milioni di dollari all’anno, per utilizzarne gli articoli al fine di addestrare i suoi sistemi di intelligenza artificiale (accordi simili sono stati sottoscritti da vari editori anche con OpenAI, Anthropic e non solo).Contratti di questo tipo rischiano però di essere appannaggio esclusivo dei grandi gruppi editoriali. E tutte le altre realtà professionali che non hanno una simile forza contrattuale, che fine faranno? La speranza è che – magari attraverso sistemi di ricompensa automatizzati in stile blockchain – una soluzione si trovi. D’altra parte, mantenere in vita il world wide web, anche in versione “machine web”, è interesse di tutti. Perfino delle intelligenze artificiali.
La nuova ricerca AI Mode di Google è la fine del web
Le ricerche basate su intelligenze artificiali offrono grandi potenzialità, ma rischiano di compromettere la salute di internet, impoverire la nostra esperienza e trasformare la rete in un luogo popolato solo dalle macchine






