Quasi quindici anni dopo le prime indagini sul “bunga bunga”, il processo Ruby ter – quello sulla presunta corruzione in atti giudiziari dei testimoni dei processi Ruby (Silvio Berlusconi assolto) e Ruby bis (la graziata Nicole Minetti ed Emilio Fede condannati) – torna in aula e riparte da un punto fermo stabilito dalla Cassazione: ovvero “ricostruire le condotte in punto di fatto”. Il Tribunale di Milano – il 15 febbraio 2023 – aveva assolto tutti gli imputati sostenendo che le ragazze che partecipavano alle “cene eleganti” non potevano essere testimoni, ma dovevano essere indagate. Un verdetto in virtù di una controversa decisione presa quando gli stessi giudici avevano dichiarato nulli i verbali di 19 testimoni del processo Ruby e Ruby bis.

La Suprema corte – a cui i pm di Milano avevano presentato un ricorso per saltum – aveva sconfessato la sentenza “viziata nell’intero ragionamento” e letteralmente demolito l’impianto giuridico su cui il Tribunale aveva costruito le assoluzioni. Un verdetto fondato su una interpretazione errata delle garanzie processuali riconosciute ai testimoni. La partita, però, non è solo tecnica. Perché dietro il nodo giuridico si nasconde il cuore politico e giudiziario dell’intera vicenda Ruby: capire se Berlusconi abbia davvero pagato le ragazze affinché mentissero nei processi sulle serate di Arcore del “bunga bunga” e proteggessero così l’ex premier.