Il futuro della miscelazione potrebbe non coinvolgere più l’alcol come elemento indispensabile per costruire profondità, persistenza e complessità aromatica nel bicchiere. Una parte sempre più consistente della mixology ricerca altrove le materie prime con cui rivolgersi al consumatore, anche perché nel tempo sono cambiati (pure) il modo di bere e ciò che il pubblico si aspetta da un cocktail. Ai bartender capita di attingere al repertorio della botanica, dell’erboristeria e della profumeria per rispondere concretamente alle esigenze dei sober curious. Le persone che scelgono di ridurre il consumo di alcol per uno stile di vita più consapevole non rinunciano all’esperienza del bere. Cercano invece una formula diversa, contemplata nella drink list di uno dei green bartender più famosi al mondo, Emanuele Balestra.
Ha portato nel mondo una miscelazione che si serve di oli essenziali e aromi. Gli estratti da piante, fiori e spezie li produce direttamente in una stanza dell’Hôtel Barrière Le Majestic a Cannes, dov’è il responsabile del bar. Pare di entrare nel laboratorio di un chimico (un botanico, meglio) quando ci si accorge che è qui che le macchine per la distillazione e l’estrazione con ultrasuoni vengono in aiuto di Balestra. Deve la bontà dei suoi cocktail a tuberose, gelsomini e verbene – per fare qualche nome – che coltiva personalmente sulla terrazza dell’hotel. Oltre a dare una spinta aromatica ai drink proposti in carta, piante e fiori sono i protagonisti di un mercato in grande espansione, quello del no alcohol.






