Fino a qualche tempo fa, il dibattito sul bere responsabile sembrava una suggestione, quasi un esercizio di stile. Oggi è in atto una lenta ma costante trasformazione. Basta osservare un fenomeno apparentemente semplice: il farsi strada del vermouth tonic. O del vermouth e soda. Dieci anni fa quasi nessuno lo ordinava; oggi è inizia ad essere inserito in carta nei locali, apprezzato per la sua freschezza e per una gradazione finale spesso inferiore a quella di una birra. Un low alcol trendy che racconta bene la direzione del cambiamento: meno eccesso, più equilibrio.
Al Salone del Vermouth di Torino, il confronto tra il pluripremiato bartender Julian Biondi, titolare del progetto Fermenthinks a Firenze con due soci, e Matteo Fortarezza di NielsenIQ ha messo a fuoco un cambiamento che non riguarda solo cosa si beve, ma come e perché lo si beve.
Julian Biondi e Matteo Fortarezza al Salone del Vermouth
Il segmento NoLo – no e low alcol – resta piccolo nei numeri assoluti, ma è tra i più dinamici del mercato globale: a livello globale vale circa 2,4 miliardi di dollari nel mondo e cresce con un ritmo medio dell’8% annuo a valore. In Italia pesa ancora pochissimo – appena lo 0,1% delle vendite del vino – ma le proiezioni parlano di una crescita significativa nei prossimi quattro anni. Più che i volumi, colpisce la direzione e la trasversalità del movimento.







