Sarà il fascino delle storie che si celano dietro ogni singola etichetta. Sarà il gusto un po’ retrò, eppure sempre contemporaneo, che si assapora a ogni sorso. Ma questi 240 anni di vita nel vermouth si misurano in charme ed esperienza. Nessun segno di vecchiaia o cedimento, anzi. Una rinnovata giovinezza che ha la magia di un sapore autentico e riconoscibile, ma anche della mixology. Principale artefice del boom, Torino, centro propulsore della seconda vita del vino aromatizzato lanciato nel 1786 da Antonio Carpano. Anche se le formule che girano intorno al vermouth sono molto più antiche, si parla di almeno tre secoli di vita. Senza contare che già gli Antichi Romani aggiungevano al nettare di bacco aromi e spezie.

Salone del Vermouth, i dieci da assaggiare

22 Febbraio 2026

Oggi Torino è e resta al centro della scena. A crescere in modo e misura costante negli ultimi anni è stato non a caso proprio il Vermouth di Torino Igp, motore di un’ascesa regolare, arrivata a picchi di 20-25% di crescita annua. «Oggi ci siamo stabilizzati sul +16% – dice Roberto Bava, vice presidente del Consorzio Vermouth di Torino e responsabile dell’azienda di famiglia Cocchi – Un aumento specifico del Vermouth di Torino garantito dalla denominazione, non dell’intera categoria. Dalle analisi di mercato che abbiamo condotto, emerge un dato interessante: il Vermouth di Torino vale, sia nella percezione del consumatore sia a scaffale, circa 9,5 euro in più rispetto a un vermouth di fascia bassa. È una differenza significativa. In passato i vermouth erano poco differenziati, più o meno simili tra loro, con poche eccezioni. Oggi invece chi lavora nel rispetto del disciplinare e utilizza la denominazione “Vermouth di Torino” riesce a generare un importante valore aggiunto».