Roma, 28 maggio 2026 – Agli inizi degli anni Novanta i vertici delle associazioni artigiane denunciavano, come simbolo dei paradossi burocratici, il ricorso da parte delle Pubbliche amministrazioni al “modulo per chiedere i moduli”. A oltre trent’anni di distanza il mostro della burocrazia è diventato cento volte più vorace e esteso. La burocrazia è diventata, come ha sottolineato amaramente l’altro giorno il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, una gravosissima tassa occulta sulla competitività, un costo enorme che si scarica su investimenti, produttività, tempi di risposta e capacità delle imprese di stare sui mercati. In Europa il nodo è ormai entrato, almeno a parole e almeno nelle intenzioni programmatiche, nell’agenda delle urgenze: la Commissione ha fissato l’obiettivo di ridurre gli oneri amministrativi del 25% per tutte le imprese e del 35% per le Pmi, puntando a tagliare 37,5 miliardi di costi ricorrenti entro il mandato 2024-2029. Bruxelles stima già 15 miliardi di risparmi netti annui e altri 5,6 di costi una tantum eliminati.
Il caso italiano
In Italia il problema pesa di più. Alla complessità europea si sommano stratificazione normativa nazionale, tempi autorizzativi lunghi, differenze territoriali e digitalizzazione incompleta. Secondo la Cgia di Mestre, la burocrazia drena alle Pmi almeno 80 miliardi l’anno: risorse sottratte a produzione, innovazione, assunzioni e crescita dimensionale. Il costo non è solo quello di consulenti, adempimenti o pratiche, ma il tempo imprenditoriale disperso tra permessi, moduli, comunicazioni, verifiche e aggiornamenti fiscali.









