Lo scaffale

Mario Lavia

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Esistono i saggi difficili e i racconti giornalistici scorrevoli. Ci sono le alte riflessioni e i retroscena. C’è la grande Storia e ci sono i fatti minuti. Quando tutto questo fluisce insieme con uno stile sorvegliato sorretto da un pathos intellettuale notevole, allora si ha un’opera completa, importante. Non capita spesso. È però il caso di “Noi siamo i tempi”, (Mondadori Strade blu), il lavoro di uno dei migliori giornalisti italiani, Marco Damilano, che riesce a fare della cronaca il lievito di una profonda riflessione morale. È il tempo di Francesco e di Leone, ma il libro non è una cronaca vaticana, e nemmeno una biografia parallela dei Pontefici. È piuttosto il tentativo di comprendere come la Chiesa stia cercando una propria lingua per continuare a parlare al mondo. Damilano vede i due Pontefici sostanzialmente in continuità. E la cosa va detta subito perché l’umanità sta scrutando l’attuale Papa con una certa sorpresa: impegnato sul fronte terreno, politico, laddove forse l’attesa era di un vicario di Cristo meno “affacciato” sul mondo, a differenza di Bergoglio. Invece a questo ruolo di assoluto protagonista della Storia, Robert Francis Prevost è stato in qualche modo trascinato dallo stato di guerra dilagante e dalla obiettiva alterità rispetto a Donald Trump. Ma non è solo questo.