La vita di Mila è sospesa. Nelle geografie che abita e nella sua vita interiore. Tra Tel Aviv, dove fa la cameriera in una villa, e la Polonia, luogo d’origine che ha lasciato da anni per trovare lavoro altrove. Tra la passione, condivisa, con il giardiniere africano che presta anch’egli i suoi servizi dalla coppia benestante israeliana, e i sentimenti contrastanti con la famiglia lasciata nel villaggio di campagna polacco.

QUESTO stato di cose instabile Mila dovrà (cercare di) risolverlo nel momento in cui – ed è il pretesto narrativo – rientra in Polonia per una «vacanza forzata» dopo un incidente al braccio. Sarà un’andata con ritorno e forse, infine, l’avvio di un nuovo capitolo, sulla spiaggia di Tel Aviv con l’amante, nella sensuale e ariosa ultima scena, lontano tanto dalla famiglia di sangue quanto da quella israeliana gentile ma chiusa nella lussuosa dimora dove regna la finzione dei rapporti.

Mila (alla quale dà intense sfumature Evgenia Dodina, attrice di cinema, teatro e televisione) è al e il centro di Mama opera prima matura e convincente di Or Sinai (quarantenne cineasta israeliana che, con questo primo lungometraggio, si afferma come una voce da seguire, capace di adottare uno sguardo trattenuto eppure complice con la protagonista scegliendo la camera a mano come segno per indagare, con una flagranza che lascia interspazi di pensiero e visione a chi guarda, gli stati d’animo di una donna che, in Polonia, ha a che fare con un marito sperperatore di soldi, una figlia che sta per sposarsi ed è incinta, l’ex amante del marito ancora presente, la casa che sta cadendo a pezzi. Che fare? Come comportarsi? Come gestire situazioni che la vedono al tempo stesso partecipe e distante?