La metà della vita, è il titolo del romanzo di Terézia Mora (traduzione di Daria Biagi, Gramma, Feltrinelli, pagg. 400, euro 22), finalista al premio Strega europeo. Ha 48 anni Muna, la protagonista, quando il libro finisce. Diciotto quando inizia. Racconta la storia di un presunto amore da cui non si può fuggire. La storia di un’intellettuale, di una donna indipendente, che diventa dipendente di un uomo violento e anaffettivo.
Questo è il primo romanzo in cui la sua protagonista è una donna. Come mai?
Ho avuto bisogno di molto tempo per provare a definire i contorni e il perimetro della figura che femminile che avevo intenzione di mettere al centro del mio libro. La mia esperienza era l’esperienza di una persona che ha vissuto in una società maschilista, dove devi fare tutto il possibile per evitare di ricordare al mondo che sei donna. Questo è stato un imperativo cui mi sono attenuta molto, e inconsapevolmente, nel corso del tempo. Quindi mi ci è voluto molto tempo per delineare una figura femminile compiuta, che potesse andare bene al mio libro. Probabilmente è stato anche molto legato al fatto che la tradizione letteraria in cui ero cresciuta era una tradizione letteraria formata da uomini, e quindi ho avuto difficoltà a identificare un’autrice o una figura letteraria femminile che potesse ispirarmi. Proprio per questo mi ero posta l’obiettivo di dare vita un racconto basato anche su quella che era stata la mia esperienza come donna. Ho vissuto in una situazione in cui gli uomini erano dominanti, in cui mi sentivo messa in secondo piano, in cui ero stata umiliata e anche messa a tacere. E volevo anche parlare dell’esperienza di altre donne, amiche, che avevano un vissuto anche peggiore del mio. Dovevo scegliere un personaggio che mi permettesse di parlare di questi temi, con cui dovevo fare i conti, al contempo dando risalto alla figura femminile ma anche sottolineando quella che una sua corresponsabilità, perché fino al quel momento in altre mie opere avevano trovato risalto solo figure femminili vittime di quello che facevano gli uomini, mentre io ora volevo raccontare una storia in cui la mia protagonista non fosse esclusivamente una vittima.







