La calamitosa sortita di Tony Blair – un “saggio” di circa 6.000 parole uscito ieri sul sito del suo think-tank nel bel mezzo di una guerra civile che dilacera il partito laburista, è sorprendentemente versatile. Denuncia l’inanità politica di entrambi – il declinante partito e il suo ex-leader – oltre a confermare per l’ennesima volta la preistoricità della cosiddetta “terza via” che troppi epigoni del centrosinistra europeo hanno considerato antidoto alla crisi esiziale della socialdemocrazia. Non senza validare l’analisi politica di un veterano della New Left come Tariq Ali, al punto da scipparne involontariamente il lessico. Ed è tante altre cose. Ma andiamo con ordine.
IL PARTITO SBAGLIA a dare spazio alla soft (moscia) left, dice Blair. Deve mollare la politics e soffermarsi sulla policy, attestarsi sulle posizioni da lui mutuate da Margaret Thatcher, quelle di un liberoscambista “centro radicale” (Ali parla da tempo della pozzanghera in cui galleggiano le ex-sinistre occidentali come di «estremo centro»). Le nuove leggi sui diritti dei lavoratori, l’aumento del salario minimo superiore al tasso di inflazione e la riforma dello status fiscale dei non-dom – i miliardari stranieri che eludono – non vanno affatto bene perché dannose per le imprese. Mentre il paese si liquefaceva nella giornata di maggio più calda di sempre, lui esorta il governo a mollare ogni impegno sulle rinnovabili.










