Se, nell’ottica capitalista, l’oro è il simbolo universale della ricchezza materiale e del potere economico – il padre di tutte le merci, anzi, secondo Marx, «l’unica merce reale» – non è questa l’unica storia possibile. Nell’Amazzonia colombiana, in quello che è noto come Macroterritorio de los Jaguares de Yuruparí – un’immensa area di oltre 8 milioni di ettari abitata da più di 30 popoli nativi, il cui sistema di conoscenza tradizionale è stato riconosciuto dall’Unesco nel 2011 come Patrimonio culturale immateriale dell’umanità – l’oro è «il sole sotto la terra», è «come una candela» che «illumina spiritualmente l’intero cosmo». E, nelle parole del guaritore del popolo indigeno Kamejeiya William Yucuna, il «simbolo per eccellenza della bellezza naturale di tutto il creato».

È SU QUESTA DUPLICE PROSPETTIVA che si sofferma il libro, uscito recentemente in Colombia per iniziativa della Fundación Gaia Amazonas, Historia doble del oro: el sol bajo la tierra: la ricostruzione di uno scontro tra due mondi e due stili di vita, tra l’estrazione dell’oro, spesso e volentieri illegale, a spese del territorio – deforestando, contaminando i fiumi, lacerando il tessuto sociale – e l’inviolabilità dell’oro a salvaguardia del territorio, inteso come un corpo vivente che respira, che sente e che pensa.