L’estrazione illegale di oro continua a divorare l’Amazzonia, spinta dalla domanda internazionale di un bene rifugio sempre più ricercato in un contesto globale segnato da instabilità geopolitica ed economica. A denunciarlo è il nuovo rapporto di Greenpeace Brasile, Gold Laundering in the Amazon: Anatomy of a Fraud, che ricostruisce i meccanismi attraverso cui l’oro estratto illegalmente da terre indigene e aree protette riesce a entrare nelle catene globali di approvvigionamento.
Tra il 2023 e il 2025, oltre 5mila ettari di foresta sono stati distrutti dall’estrazione aurifera all’interno di terre indigene. A fine settembre 2025, l’attività illegale aveva già consumato quasi 100mila ettari di aree protette. Una pressione che non riguarda solo la biodiversità della più grande foresta pluviale tropicale del pianeta, ma anche la salute e i diritti dei popoli indigeni che la abitano.
Secondo Greenpeace, il sistema dei “Permessi di Lavra Garimpeira”, introdotto dal governo brasiliano per consentire l’attività mineraria artigianale, viene in realtà sfruttato per riciclare oro estratto illegalmente da territori dove questa attività è vietata dalla legge. L’assenza di controlli efficaci da parte dell’Agenzia nazionale mineraria brasiliana e l’esenzione dall’obbligo di una preventiva analisi geologica avrebbero creato un “punto cieco”, che impedisce di valutare correttamente l’impatto dell’attività estrattiva e facilita il riciclaggio dell’oro illegale.










