Sono nato e cresciuto al Sud, in Sicilia. E ho avuto un’adolescenza del tutto comune, senza grandi sbuffi vitali o spinte verso il basso. Da bimbo non avevo tanti amici ma da adolescente, poi, ho più o meno recuperato. Ho quella che si potrebbe chiamare una famiglia felice, o così avrebbe detto Tolstoj, con cui ho un bel rapporto. E la città in cui è successo tutto questo, Catania, mi ha dato il giusto divertimento, le giuste opportunità, il giusto accudimento. Insomma, c’era poco da lamentarsi. Ma mi sono lamentato, e me ne sono andato. L’anno era il 2021, ho atteso che la pandemia prendesse la porta e poi, inscatolati vestiti e libri, mi sono trasferito a Milano e ho ricominciato. Nuovi amici, nuovi amori, nuove geografie fisiche ed emotive; tutto nuovo. Il Nord, nonostante qui sia tutto costoso come un dente da cavare, mi ha trattato bene. Assieme a me si sono trasferiti molti miei amici; ciascuno per i propri motivi, ciascuno con i suoi tempi e i suoi modi. E, oltre a loro, a Milano, pian piano, ho incontrato tante, tantissime persone, tutti miei coetanei, che, proprio come noi, arrivavano dal Sud; perlopiù Puglia, Campania e Sicilia. Tutti nella stessa situazione: nati e cresciuti giù, hanno lasciato casa per cercare altro. Prospettive di lavoro diverse, meglio retribuite; certe mansioni non le trovi, al Sud; certe realtà non esistono. Condizioni socioculturali diverse. Sì, perlopiù cercavamo questo. E, perlopiù, lo abbiamo trovato; non esattamente come ce lo aspettavamo, forse, ma lo abbiamo trovato. Con il passare del tempo, però, il gioco ci si è rotto tra le mani. Lasciare la propria terra in cerca di fortuna non è un fenomeno inedito; moto umano antico, corrente che da sempre spinge le persone dalle province verso le metropoli, dal Sud al Nord, tanto in Italia quanto nel resto del mondo. Eppure i Millennials hanno finito per standardizzare l’esodo. Trasformandolo purtuttavia in una prassi forzata e a tratti infelice, in un passaggio rituale dopo la scuola o l’università: automatismo generazionale che ha progressivamente svuotato piazze e corridoi di atenei. Ma se i primi anni questo trasferimento hanno l’entusiasmo della conquista, la fame di futuro, col tempo il conto dei sacrifici è ineludibile. Alla verticalità dei palazzi e al ritmo delle scadenze ci si abitua, come ci si abitua alle stanze in condivisione, appartamenti minuscoli a prezzi folli, ai tempi cittadini e l’inquinamento della pianura padana. Quello a cui non ci si abitua, credo, è festeggiare i compleanni, gli anniversari, i nuovi arrivati (figli vari di amici vari) attraverso una videochiamata, venire a sapere della morte di una nonna dalla voce un pelo meccanica che sbuca dal telefono. Non ci si abitua alla mancanza per quello che abbiamo dovuto lasciare. Famiglia, amici, strade. Ricordi che sbiadiscono un poco, ma che, per paradosso, fanno un male sempre più appuntito, con il passare degli anni. Non solo i ricordi, ma pure la prospettiva che così sarà per sempre; in teoria. Sono pietre d’inciampo che stanno lì a ricordarti che tu comunque sei di un altro posto, e che alle spalle ti sei lasciato qualcosa che vive. E che vive lontano da te, a gradi di separazione che aumentano. Di questo meccanismo, del concetto di perdita, sacrificio noi spatriati, per dirla al modo di Desiati, siamo coscienti fin da subito. Ma il suo peso cominciamo ad avvertirlo dopo. Ecco, noi Millennials spatriati siamo arrivati a quel punto; non tutti, per carità: molti della loro vita nella loro nuova città sono felici, hanno trovato ciò che giù gli era precluso; no non tutti: una parte nutrita. Superata la boa dei trent’anni, il presente cessa di essere terreno da saccheggiare per placare le vecchie ambizioni, e si trasforma in qualcosa che fatichiamo a dire casa. Non si tratta solo di nostalgia, ma di una presa di coscienza pratica. E ha a che fare con il tempo che passa, i genitori che invecchiano, gli amici di un tempo che si allungano sul percorso di una vita che diverge sempre più dal nostro. Come se ci si accorgesse all’improvviso di ciò che si è lasciato indietro mentre si era impegnati a costruire. I sacrifici, che a vent’anni erano concetti astratti e lontani, si fanno carne, tempo perduto, occasioni mancate; what if?. Si finisce per diventare stranieri sia lì che qui, mai abbastanza integrati da una parte né dall’altra. Con una doppia vita. Ci si ritrova con un piede in una terra, un piede in una diversa, lontana. Anfibi, un po’ sospesi. Resta allora una domanda, che non trova pace nella razionalità dell’idea per cui potremo, sempre e comunque, sia rimanere sia tornare. In questa geografia sentimentale frammentata, noi dove ci troviamo davvero?