I ragazzi non leggono più, non vanno più al cinema, non frequentano i teatri, vivono piegati sugli schermi e persi dentro i social: la diagnosi è sempre la stessa, pronunciata spesso con tono definitivo. Eppure, ogni tanto, la realtà si incarica di smentire le narrazioni troppo comode. Succede a Milano, al Teatro Franco Parenti, dove uno spettacolo sulla salute mentale adolescenziale è diventato un caso: si intitola Chi come me, è diretto da Andrée Ruth Shammah, nasce da un testo dello scrittore israeliano Roy Chen e, da aprile 2024, ha raggiunto duecento repliche e 35mila spettatori anzitutto grazie al passaparola. “Vedere la sala sempre piena di giovani con i loro genitori è qualcosa di commovente”, ha spiegato la regista dello spettacolo che era tornato in scena fino a domenica 24 maggio.

La domanda allora cambia. Non è più “perché i giovani hanno smesso di andare a teatro?”. Ma semmai: siamo sicuri che abbiano smesso davvero? I dati, almeno in apparenza, sembrano confermare il ritornello sulla disaffezione culturale della Gen Z e della Gen Alpha. Il confronto tra il 2000 e il 2025 elaborato dall’Indagine nazionale sugli stili di vita degli adolescenti in Italia mostra infatti un calo dei consumi culturali giovanili. Nei tre mesi precedenti all’indagine, era andato al cinema il 78,8% degli adolescenti nel 2000 contro il 31,6% di oggi; a teatro il 28,7% contro il 23,4%; in biblioteca il 48,9% contro il 15,1%. In decremento anche concerti, hobby, visite a musei e pratica musicale.