Il film familiare di Mungiu lo vedremo a breve, Adolescence, la serie, l’hanno vista tutti (gli adulti) con il cupo terrore del mostro in casa che non si sa esorcizzare. Il resto è il quotidiano allarme della cronaca, l’ansia senza vie di fuga di insegnanti genitori e commentatori più o meno psico-autorizzati. In mezzo loro, gli adolescenti veri, con disturbi psichici diagnosticati oppure no e il loro disagio interrogativo. In tutto questo cupo teatro sociale, da due anni accade ogni sera qualcosa di diverso. Di serio e persino bello. Una “messa in vita”, è stato definito, più che una messinscena. E’ il testo portato in teatro nell’aprile del 2024 da Andrée Ruth Shammah per il suo Franco Parenti, Chi come me, che da allora ha avuto duecento repliche e 35 mila spettatori, frutto di un passaparola. Clamoroso. Questa non è una recensione, non ne ha bisogno, del resto lo spettacolo ha chiuso la stagione e ora si ferma fino a una nuova ripresa.Ma è l’occasione per riflettere su come sia possibile affrontare con serietà l’interrogativo del disagio degli adolescenti senza sprecare parole retoriche e allarmi giustificatori. La sala del Franco Parenti in cui è andato in scena la prima volta, e dove in questi mesi Chi come me era tornato dopo i passaggi nella “sala grande” dovuti ai continui sold out, è una cavea, e l’allestimento “site specific”. Ci si sporge quasi fino a cadere sui lettini di cinque adolescenti in pigiama (non stiamo a dire la bravura degli attori), sul loro spazio ristretto in cui convivono e combattono col medico specialista che li ha in cura (le famiglie sovvenzionano generose, basta allontanare da sé il problema) e con la nuova, emotiva animatrice teatrale che cerca di far uscire con parole e gesti la loro guerra interiore, usando il teatro come forma terapeutica.Chi come me è nato dall’esperienza di Roy Chen, scrittore e drammaturgo del Teatro Gesher di Giaffa, che nel 2019 per sei mesi ha lavorato a uno spettacolo teatrale con alcuni pazienti del centro di salute mentale Abravanel di Tel Aviv. Chen aveva usato anche l’espediente del gioco di situazione “Chi come me”, “un gioco degli anni ’70 nato per ‘rompere il ghiaccio’”. Shammah l’ha scelto per quella che era annunciata come la sua ultima regia. Sei riprese dall’aprile 2024, cinquemila docenti accompagnati spesso dai loro studenti, università e scuole di alta formazione. Un progetto impegnativo, sostenuto anche dalla Fondazione Guido Venosta e Banca Ifis. Un caso più unico che raro in Italia. Un successo che, se si spiega da solo, però interroga su molte cose. Un avvenimento culturale che, come non capita praticamente mai, ha coinvolto insieme genitori e figli adolescenti – in sala abbiamo visto anche alcuni “pre-ado”, non si sa quanto preparati all’impatto non soltanto con “situazioni adolescenziali”, ma con la realtà di cinque diversi e ben diagnosticati disturbi psichici.Ciò di cui vale la pena dire, al di là di un testo teatrale di grande impatto emotivo e culturale, è che spesso il tema del disagio degli adolescenti – l’alieno in casa, il mostro a scuola – che né genitori né insegnanti sanno capire viene risolto come un allarme sociale da esorcizzare. Troppo spesso anche i professionisti, complice la scuola, si limitano semplicemente a “medicalizzare”. Libri e articoli su questo ce n’è a bizzeffe. Diversamente Chen e Shammah raccolgono la sfida di prendere invece in carico la malattia vera, non il generico disagio psicologico. Scelta rara, difficile, seppure non inedita: negli ultimi anni è stato soprattutto il cinema (The Son, e Fino all’osso) a provarci. In questo caso, si può annotare, c’è forse un po’ troppa carne al fuoco – disturbi alimentari, schizofrenia, l’immancabile disforia di genere – per gli spettatori non specializzati che hanno affollato il Parenti. Ma le scosse fanno sempre bene, soprattutto se l’alter ego adulto sulla scena sono genitori tutti al negativo, ciechi sulla malattia dei figli e loro stessa causa. “Non pensavo sarebbe stato possibile rappresentare su un palcoscenico la trama affettiva e il particolare clima relazionale che si stabilisce in una comunità terapeutica per adolescenti”, ha scritto a Shammah lo psichiatra e psicoterapeuta Gustavo Pietropolli Charmet, “anche la caricaturale e ironica nonché drammatica presentazione del ruolo dei genitori e degli adulti in generale mi ha colpito e, pur condividendola solo in parte, l’ho trovata assolutamente compatibile”. Se c’è un tratto importante in Chi come me, è proprio questo non prendere le distanze e non offrire un’uscita a buon mercato (quello è il lieto fine, con intelligenza schivato). Qui c’è l’abbozzo di una catarsi, una guarigione cui il teatro può solo alludere. Ma se c’è un aspetto clamoroso da registrare è quanto questo testo teatrale (spettacolo non si riesce a dire) abbia saputo coinvolgere: segno di una cognizione del dolore diffusa, e refrattaria ad altre meno impegnative cure palliative. Si ricorderà infine, a beneficio di tutti quelli che vorrebbero la cancellazione per indegnità morale di un paese come Israele, che un lavoro artistico di tanta sensibilità è nato proprio lì, in quella società. Chi come me avrebbe dovuto debuttare in Israele il 7 ottobre 2023, ma la “prima” fu cancellata.