C'è un'impotenza che avvolge certi ricordi di quando si è bambini.

Una sensazione che si ritrova solo in alcuni incubi da adulti.

L'umiliazione dell'essere piccolo, fermo, muto, inutile a sé. Quando si guarda "Su cane est su miu", opera di Salvatore Mereu presentata oggi al Festival di Locarno in gara tra i Corti d'autore, ci si sente così.

Gli inglesi hanno un modo per definire questa cosa, quando si tratta dell'imbarazzo legato alle azioni altrui. Dicono "second-hand embarrassment". È come se l'emozione diventasse di "seconda mano", tanto ci si immedesima. Così, seguendo per 25 minuti la storia di un ragazzino preso di mira da un amico più grande che gli toglie il cane per vendetta, si soffre. "Il cane è il mio", ripete all'infinito in sardo, unica lingua utilizzata dai personaggi. Ma non basta.

La storia, tratta liberamente da un racconto di Salvatore Cambosu pubblicato nel 1946 sulla rivista "Il politecnico" di Elio Vittorini, si svolge nell'entroterra sardo negli anni '70.