Il nuovo romanzo di Valentina Maini trasforma il pasto in uno specchio delle relazioni umane: tra zuppe condivise, digiuni, pesce mangiato in barca e sapori disturbanti, il cibo racconta ciò che i personaggi non riescono a direIl nuovo romanzo di Valentina Maini trasforma il pasto in uno specchio delle relazioni umane: tra zuppe condivise, digiuni, pesce mangiato in barca e sapori disturbanti, il cibo racconta ciò che i personaggi non riescono a direNel ventaglio di frasi abusate da chi vuole darsi un tono, dopo “non sono né di sinistra né di destra” e “ascolto tutti i generi musicali” — «koff, koff: qualunquisti» —, c’è anche il motto: “Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei”. Nessuno sa, come per tutti i modi di dire, chi l’abbia coniato. No, non Feuerbach che al massimo aveva detto “l’uomo è ciò che mangia” e che già in vita aveva dovuto fare i conti con l’onta di aver macchiato l’onore del materialismo tedesco. Non ci sono mezze stagioni da almeno venti primavere. Sul fondo di questi modi di dire (questa mia ammissione è se si vuole ancora più patetica) c’è un granello di verità: il modo di cibarsi è lo specchio di ciò che lega noi stessi al mondo.Ne è la conferma Maia, la protagonista di “Alaska”, il secondo libro di Valentina Maini, edito da Bollati Boringhieri, uscito lo scorso febbraio. La storia di Maia, una giovane artista di vent’anni che vive a Venezia, è la storia (anche) di una relazione tossica con il pescatore Sergio, il quale vive già un’altra vita con due figli e una moglie. Maia e Sergio si vedono sempre e solo sulla barca di lui, creano una vita liminale fatta di spazi stretti e continuo dondolio. Intanto sulla terraferma Maia condivide la casa e la vita con Louis, studente di psicologia conosciuto al Gufo (il bar nel quale Maia lavora), e con il quale ha un rapporto che travalica l’erotismo e l’amore tradizionale, fatto di cura e pastiglie sotto la lingua, di confidenze e feste su isole scure nella laguna veneta. Tutta la narrazione è glitchata da continui sogni, sempre più prepotenti, nei quali Maia lentamente si vede sprofondare: sogni di una pianta-droga e di gelo perenne, sogni che disturbano il piano della realtà fino a contaminarlo e capovolgerlo. Diversi pasti, diversi meLa voce di Maini — che dimostra ancora una volta, dopo l’esordio con “La Mischia” (Bollati Boringhieri, 2021), una particolare consapevolezza lessicale che impreziosisce lo stile anche quando la trama arranca — si presta bene a raccontare una storia meticcia, a metà tra sogno e realtà, nella quale l’atto del mangiare funge da indicatore emotivo e da dichiarazione di intenti. In generale, Maia sembra avere sempre un senso di urgenza nei confronti del cibo e si capisce subito che la modalità in cui si nutre riflette i suoi stati interni, anche in relazione a chi ha di fronte. Ad esempio con Louis il cibo diventa un rito di recupero oltre che di alleanza: la zuppa di miso con funghi e tocchetti di zenzero, descritti come «cibo per uccelli», fornisce la compassione necessaria ai postumi, il «sapore erbaceo» del matcha conforta la secchezza della sbronza, le paste al miele e le ciambelle fritte alla crema adornano il recupero. Con Sergio, invece, cibarsi è qualcosa di selvaggio con regole proprie. Il pasto in barca è terreno di confronto, sempre di più man mano che la relazione naufraga. Maia e Sergio presto si rinfacciano di essere ciò che sono e ciò che non sono. Allora il vino diventa «alieno», perché troppo zuccherino, e i panini improvvisati da Sergio con «morbidi tentacoli di polpo», pomodori e acciughe, diventano le strade della rivoluzione: la maionese che Maia mette sul pesce è una dichiarazione di intenti. Rovinare i sapori e gustarli comunque, benché aspri e storti, diventa un modo per resistere al mondo della terraferma e soprattutto a Sergio, che al contrario, mangia Maia come mangia le mele: infilzandola con il coltello e «ficcandosela in bocca quasi intera». Durante i momenti più intensi della crisi, interiore e con Sergio, Maia raggiunge persino stati di digiuno prolungato (fino a dieci giorni), durante i quali “pilucca” solo qualche pezzo di pane e piccoli sorsi di tè aspirati da una cannuccia.Mangiare: fisionomia della societàC’è infine anche un modo di mangiare con sé stessi che nel caso di Maia significa prendere in considerazione due piani: quello reale e quello onirico. Se nel primo Maia si ciba di fretta, per recuperare o per politicizzare, nel secondo Maia mastica con fatica e lentezza la pianta che dispensa semi-droga dal sapore di «erba, limone e olive amare». Il lavoro della bocca è faticoso e rilascia un sentore acido che le provoca sempre sete al risveglio, alla quale segue un’ossessione radicata per il sapore disgustoso appena sognato. Così man mano che la relazione con Sergio peggiora, si inclina anche la stabilità di Maia e con essa i due piani di realtà che si intersecano e si confondono: a un certo punto mangiare la pianta-droga si fa bisogno concreto e per questo Maia strappa i fili d’erba tra i masegni di Venezia. Li mastica e ripassa in bocca. Già George Simmel, a inizio dello scorso secolo, rifletteva in “Soziologie der Mahlzeit” della dimensione relazionale del pasto e della fisionomia di una società che esso comunica. L'uomo che mangia da solo nelle metropoli è lo “specchio del crescente isolamento del soggetto moderno”: et voilà. Allora ciò vuol dire che Maia è il suo stesso sogno: lo diventa man mano che la narrazione avanza, che l’onirico si fa spazio e che la relazione con Sergio precipita. Da lì Maia è solo ghiaccio: soltanto “Alaska”, e cioè verso la fine la sua stessa opera d’arte. Insomma, se questa simmetria ha senso, allora quando durante i pranzi della domenica, finita la pasta, mi alzavo da tavola prima che i miei genitori finissero di mangiare, era perché nascondevo senza saperlo già in quel movimento la mia piccola rivoluzione che mi avrebbe portato lontano da casa a più di 800 km. Per lo stesso motivo ora, quando torno, sono sempre l’ultimo a finire. Si stava meglio quando si stava a mollo la scorsa estate.Tag LEGGI ANCHE L'E COMMUNITYEntra nella nostra community Whatsapp