di Antonella Lattanzi
Nel romanzo breve di Marguerite Duras i personaggi mangiano come amano: male, troppo, con vergogna e bisogno. E la tavola diventa lo strumento per far sentire la sensualità e la povertà
Marguerite Duras scrive il cibo come scrive il desiderio. In L’amante il cibo è fame, differenza sociale, colonia, corpo. È lo strumento attraverso cui Duras sente e fa sentire la povertà e allo stesso tempo la sensualità. Non ci sono, in Duras, grandi scene gastronomiche. Non c’è il piacere conviviale del romanzo borghese ottocentesco. Ci sono tavole attraversate dalla vergogna, dal denaro, dall’umiliazione, dalla violenza dei rapporti familiari, dal silenzio. Ci sono pasti in cui il fratello maggiore, pazzo, cattivissimo, omicida, toglie il cibo al fratello minore: «Rimane un’immagine di noi, come fratelli: è un pasto a Sadec. Siamo tutti e tre a tavola, in sala da pranzo. Loro hanno diciassette e diciotto anni. Mia madre non c’è. Lui guarda me e il fratello mangiare, poi appoggia la forchetta e guarda soltanto il fratello. Lo guarda a lungo e poi a un tratto, calmissimo, gli dice una cosa terribile. Riguardo al cibo. Gli dice di stare attento a non mangiare troppo. Il fratello non risponde. Lui insiste, gli ricorda che i pezzi di carne più grossi sono per lui, che non se lo dimentichi: altrimenti, dice… Chiedo: perché per te? Dice: perché è così. Dico: vorrei che tu morissi. Non riesco più a mangiare, il fratellino neppure. Lui aspetta che il fratello minore osi dire una parola, una sola parola, pronto già a spaccargli a pugni la faccia. Il fratello minore non dice niente, è pallidissimo, con un inizio di pianto tra le ciglia». Il cibo, nell’universo durassiano, diventa memorabile.









