Attraverso il romanzo Piccoli mondi di Caleb Azumah Nelson, una riflessione sul cibo come strumento di memoria, identità e trasmissione affettiva tra generazioniAttraverso il romanzo Piccoli mondi di Caleb Azumah Nelson, una riflessione sul cibo come strumento di memoria, identità e trasmissione affettiva tra generazioniDa qualche mese nonna, 84 anni, va dal logopedista e da qualche mese nonna, livello di istruzione: quinta elementare, è tornata a rispettare i quadretti scrivendo in un corsivo incerto. Trovo curioso vederla dimenticare piccole cose, chiedersi il funzionamento di regole grammaticali ai miei occhi basilari. Qualche settimana fa, mi son messo a fare i “compiti” con lei attendendo – come si fa con i bambini – che ricordasse cosa ci va prima della pi, se la emme o la enne. Poi da nipote ingrato (ingrato perché avrei potuto chiederglielo quando era in forze) le ho proposto di scrivermi la ricetta dei suoi dolci di pasta di mandorla: richiesta tornata al mittente. Troppa fatica. Lei è andata a orecchio per una vita. Le sue mani e le sue braccia conoscono le misurazioni, la sua vista calcola l’esatto apporto di zucchero e il preciso livello di tritatura delle mandorle. Tutta conoscenza che la penna non può più raggiungere; tutte informazioni che porterà con sé ovunque andrà un giorno lontanissimo. E questo è un problema che ha a che fare con la memoria di entrambi. Lo strumento “ricetta” ha un ruolo fondamentale sia per la mia storia che per quella di Stephen, protagonista di “Piccoli mondi”, romanzo scritto da Caleb Azumah Nelson e pubblicato in Italia da Atlantide nel 2023. Il rito della preparazione del riso jollof, piatto della tradizione ghanese e non solo, è l’involucro con il quale il protagonista avvolge le sue radici e il ricordo della madre. Tra gli incanti del jazz e i sapori della cucina ghanese, il romanzo racconta il passaggio all'età adulta di Stephen messo a dura prova prima dall’allontanamento dalla propria comunità quando decide di vivere lontano da Londra; quindi dal rapporto sempre più distaccato con il padre; infine dalla scomparsa improvvisa della madre. Nelson vuole raccontare l’esperienza di un ghanese di seconda generazione e più in generale di un qualsiasi individuo la cui identità è conservata in diversi luoghi e differenti tempi. Di per sé, questo tema che pare il principale, è già dispendioso in termini di energie letterarie; ma sembra che Nelson nel tentativo di stratificare la personalità di Stephen, diviso tra la musica e la cucina e la comunità e i problemi del diventare adulto, voglia poggiarsi con la stessa profondità sui diversi temi cui sopra per restituirne poi però una versione abbozzata. Fatta eccezione per il tema delle radici e della memoria, che invece ritorna al lettore con una forza più stratificata e matura. Grazie a diversi dispositivi narrativi, tra cui – dicevo – il riso jollof.L’autore nel libro non scrive per intero, ed è un peccato, qual è il processo e quali sono gli ingredienti per preparare il riso jollof. Di quest’ultimo, come a Stephen nella propria stanza, ci arrivano gli afrori e le atmosfere dei fumi del soffritto tra le luci della sera. Il riso jollof è un piatto dell’Africa occidentale subsahariana che viene cotto in un solo tegame con pomodoro, cipolla, peperoni e spezie, spesso servito con pollo, pesce o verdure e che si è diffuso in diversi Stati dell’area con conseguenti diverse interpretazioni. La versione senegalese, il ceebu jen o thieboudienne, è stato iscritto nella lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell'umanità dell'UNESCO. Al netto dei riconoscimenti, ciò che conta per noi lettori e per Stephen è che il riso jollof è un artefatto: quando la madre di Stephen scompare, in quella ricetta restano le tracce delle sue premure. Allora ciò che descrive Nelson è un comune spazio della memoria nel quale conservare ciò che resterà quando il tempo avrà fatto il suo corso. Questo spazio ha ovvia validità per qualsiasi cibo “familiare” e quindi anche per le melanzane arrostite con le foglie di menta, i peperoni in agrodolce, le friselle imbevute d’olio: tutti i dolci di pasta di mandorla preparati da nonna. La stessa che ora sbaglia le parole, che ora non ha la forza di scrivermi la ricetta o un segno che le resista.La materializzazione di questo meccanismo per Stephen si traduce nell’esperienza quotidiana del lavoro al ristorante che diventa di fatto un tempio: per la comunità, per la memoria e la sua identità. Tuttavia chi non ha dentro il sacro fuoco della cucina (o dei fornelli?) si può aggrappare a poche cose quando le persone vanno altrove: la casualità di quegli stessi odori, un sapore che riecheggia quelle estati, una scrittura incerta che ha superato i margini e depennato gli errori. Il nipote ingrato non ha ancora smesso di chiedere la ricetta. E non smetterà.Tag LEGGI ANCHE L'E COMMUNITYEntra nella nostra community Whatsapp
Le ricette ci salveranno dall'oblio
Attraverso il romanzo Piccoli mondi di Caleb Azumah Nelson, una riflessione sul cibo come strumento di memoria, identità e trasmissione affettiva tra generazion







