Sono laureata in sociologia e comunicazione visiva e
digitale, recensisco musica, leggo per imparare a scrivere, mi nutro di (auto)
ironia e cerco di fare pa…
Fino ad un certo momento storico la faccina che ride con le lacrime significava davvero «sto ridendo». Oggi, se mandi quella stessa emoji in una chat di under 25, rischi di sembrare un boomer. Nel frattempo, lo scheletro è diventato il nuovo simbolo della risata incontrollabile. Il pollice sembra la risposta di un responsabile HR che odia i dipendenti ma non può dirlo apertamente. E la bara, non indica più il lutto ma il collasso emotivo davanti a qualcosa di assurdo. Siamo arrivati al punto in cui la morte comunica ironia meglio della gioia. Analizzare questi cambiamenti significa partire dalla premessa che le emoticon sono un sistema culturale autonomo. Un linguaggio parallelo che cambia significato continuamente, produce appartenenza, genera esclusione e racconta il modo in cui una generazione vive le emozioni. O, più precisamente, il modo in cui sceglie di rappresentarle. Per capire perché funzionano così bene bisogna andare oltre la superficie delle faccine gialle. Dietro alle emoji ci sono neuroscienze, semiotica, sociologia, psicologia evolutiva e persino filosofia del linguaggio. Perché ogni emoji è un segno, e ogni segno cambia significato in base alla comunità che lo usa. Esattamente come succede con le parole. Alcuni simboli muoiono, altri si ribaltano, altri ancora diventano ironici. È il motivo per cui la faccina che ride a crepapelle e viene considerata da molti “cringe”, mentre la faccina che si scioglie comunica un’esasperazione esistenziale molto più contemporanea. Le emoji non descrivono più emozioni semplici. Descrivono il rapporto ironico, stanco e iper consapevole che abbiamo con le emozioni. In pratica: non stiamo più usando le faccine per dire cosa proviamo. Le usiamo per dire come vogliamo apparire mentre lo proviamo. Le emoji possono sembrare uno dei simboli più contemporanei della comunicazione digitale, ma in realtà intercettano un bisogno antichissimo dell’essere umano: dare forma visiva alle emozioni. Prima della scrittura alfabetica esistevano pittogrammi, simboli, ideogrammi. L’essere umano ha sempre cercato di trasformare emozioni e concetti complessi in immagini immediate. Quando nel 1999 Shigetaka Kurita crea il primo set di emoji per la compagnia giapponese «NTT Docomo», l’obiettivo non è rivoluzionare il linguaggio globale, ma risolvere un problema molto concreto: rendere la comunicazione digitale più immediata, sintetica ed emotiva in uno spazio tecnologicamente limitato. I telefoni cellulari dell’epoca avevano schermi minuscoli, pochissimi caratteri disponibili e connessioni lente. Serviva un modo rapido per trasmettere informazioni, tono ed emozioni senza occupare troppo spazio.









