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ipenso a una vecchia chat con un’amica, scomparsa da tempo.
Ci sentivamo e ci conoscevamo da anni. Le nostre chat, distribuite tra Instagram, WhatsApp e Telegram, erano l’archivio di un rapporto di lunga data: conversazioni più o meno importanti, più o meno mondane, meme, foto di viaggi e di casa. Gli ultimi due messaggi che mi ha mandato prima di morire leggono: “Muuuuu” “Sono una vacca” (entrambi senza punteggiatura). Questa cosa è molto buffa e ne avrebbe riso anche lei. Non è stato un lascito intenzionale, perché nemmeno la mia amica si aspettava di morire da lì a pochi giorni. Forse, sapendolo, avrebbe comunque scelto le stesse quattro parole.
L’archivio digitale non si accumula qualitativamente, ma quantitativamente. Abbiamo la casella email invasa di decine di migliaia di lettere non lette e conservate per sempre; foto scartate dalla mente ma caricate nel cloud; bozze appallottolate di incipit, liste e appunti catalogate nei file .doc e nelle note. La memoria digitale si aggiorna in automatico, giocando sul bisogno pratico ed emotivo dell’utente di mantenere traccia di sé nel virtuale.
Prima dell’avvento dei server remoti, l’atto di “salvare” un file o un documento era fortemente intenzionale, condizionato dal rischio tangibile che uno sbalzo di corrente o una dimenticanza potesse cancellare irreparabilmente qualcosa di importante. Usiamo questo verbo così melodrammatico, “salvare”, perché l’azione serve a preservare i dati dalla perdita, trasferendoli dalla memoria temporanea (RAM) a una memoria permanente (hard disk, SSD, e oggi, sempre più spesso, le memorie cloud).







