Ogni volta che piangiamo, ridiamo e ci arrabbiamo online rispondiamo ad un copione scritto per noi e qualcuno ci guadagna. Assuefatti e distratti, facciamo like, condividiamo, ripostiamo e poi passiamo al prossimo contenuto in soli 47 secondi (Mark 2023).[1]Nell’economia dell’attenzione, vince chi ci cattura nella sua rete attentiva, così la programmazione algoritmica delle piattaforme social ha amplificato sempre di più le sue potenzialità di monetizzare le nostre emozioni, non senza implicazioni più ampie sulle nostre abitudini sociali (Davenport 2001; Zuboff 2019).Ciò che oggi determina la visibilità di un contenuto online, non è più tanto la sua accuratezza o rilevanza, ma la sua capacità di generare interazioni – che siano commenti, condivisioni, tempo di permanenza, reazioni – e non c’è niente di più efficace che toccare le corde emotive di chi è sopraffatto cognitivamente. In tal senso, acquista molto più credito ciò che proviamo e come reagiamo rispetto a quello che pensiamo e il motivo è proprio il fatto che le emozioni attivanti generano uno stimolo (arousal) che deve essere sedato, aumentando la probabilità che una persona compia un’azione, anche semplice come commentare, condividere o reagire.Indice degli argomenti
Le nostre emozioni manipolate per profitto: così i social ci restringono il pensiero - Agenda Digitale
Le piattaforme digitali premiano contenuti capaci di generare reazioni rapide, trasformando emozioni come rabbia, ansia e indignazione in engagement. Tra algoritmi, rage bait, polarizzazione e intelligenza artificiale, l’economia dell’attenzione incide sulle dinamiche sociali e sulla capacità di pensiero critico







