Una carbonara con la panna. Una pizza con l’ananas. Una frase come “le donne non dovrebbero votare”. Basta poco per incendiare i social. Basta un contenuto studiato per far infuriare, polarizzare e dividere. Non importa se è falso, assurdo o grottesco. Perché l’indignazione genera clic, commenti, condivisioni. E nel mondo digitale, ogni reazione si traduce in visibilità. È la logica del rage bait.
“Più una cosa ci fa arrabbiare, più restiamo incollati allo schermo e più interagiamo. Questo vale oro per le piattaforme, che su ogni interazione costruiscono profitto” spiega Elena Valentini, sociologa della comunicazione e docente di Giornalismi e piattaforme digitali alla Sapienza Università di Roma. “Chi crea contenuti lo sa bene: oggi la provocazione è diventata un capitale da investire”. “È un meccanismo ben oliato. – spiega Valentini – I social media offrono strumenti come tasti, emoji e interfacce (le cosiddette affordances) che ci invitano a esprimere un’emozione con un semplice clic. Questi strumenti sono pensati per trasformare le nostre sensazioni in dati, spesso in modo binario: like o dislike, amore o rabbia, bianco o nero. Questo processo, privo di sfumature, alimenta il noto fenomeno della polarizzazione.”






