“Il boom del termine mostra quanto siamo diventati consapevoli delle tattiche manipolative che ci coinvolgono online”, ha spiegato Casper Grathwohl, presidente di Oxford Languages. “Internet puntava a catturare l’attenzione; ora mira a influenzare le nostre emozioni”. Capita a chiunque frequenti social e piattaforme di informazione: un video deliberatamente provocatorio, un’opinione estrema, un’immagine studiata per irritare. Lo scopo non è informare né aprire un dibattito, ma innescare reazioni istintive. E più gli utenti si infuriano, maggiore è il ritorno in termini di visibilità per chi pubblica. Il fenomeno si inserisce in un ciclo che, secondo il linguista Grathwohl, accomuna le parole del 2024 e del 2025: dalla “brain rot” – il logorio mentale dello scroll infinito – alla rabbia come motore degli algoritmi. “L’indignazione genera engagement, gli algoritmi la amplificano e l’esposizione costante ci lascia esausti”, ha sintetizzato Grathwohl.