Una ballerina di danza classica, un volto distorto, un’orca, un trombone, uno scrigno del tesoro e molto altro. Non sono tarocchi da consultare, ma alcune immagini alla base dei nuovi emoji disponibili nell’aggiornamento di Apple dello scorso marzo. Icone persino controverse, ha titolato il New York Post. Proprio il volto distorto ha richiamato la pubblicità del colosso di Cupertino sull’i-Pad che raffigurava strumenti musicali, oggetti, libri che venivano schiacciati. Dovremo abituarci a una narrazione sempre più visiva con l’esplosione dell’emoji-telling, ossia la narrazione per emoji che permette ai brand di entrare nelle conversazioni informali quotidiane. Perché quello che una volta era destinato a un linguaggio di nicchia è diventato mainstream.

Oggi il 92% degli utenti usa emoji e il 71% della generazione Z è più propensa ad acquistare da brand che li adottano. Lo certifica una recente ricerca della Farfield University. Ma siamo di fronte a un linguaggio universale o a un fragile codice negoziato che espone il capitale reputazionale delle aziende? Massima diffusione e minima stabilità: infatti la stessa ricerca evidenzia come l’81% degli utenti ammetta di aver frainteso almeno una volta il significato di un emoji.