Una ricerca dell’Università Lumsa sfata lo stereotipo che i ragazzi riempiano le chat di faccine: oggi conta molto di più scegliere quella giusta che usarne tante

Se all’inizio erano solo simboli grafici divertenti da aggiungere ai messaggi, oggi le emoji sono diventate fondamentali per capire il senso del messaggio: con le faccine, infatti, oggi, si parla. Un teschio può indicare una risata da “morire” e un cuore grigio può dire molto più di un semplice “ti voglio bene”. Chi non frequenta, però, le conversazioni dei più giovani rischia facilmente di male interpretarle. Per capire come vengono usate davvero, un gruppo di studenti dell’Università Lumsa ha realizzato una ricerca in occasione della Giornata mondiale delle emoji, che si celebra ogni anno il 17 luglio. Un lavoro che comprende un dizionario dedicato alle cento emoji più utilizzate, un questionario rivolto a quasi settecento giovani tra i 18 e i 25 anni e risultati del tutto inaspettati.

Giornata delle emoji, il vero significato spesso non è quello che sembra

Dal loro arrivo, le emoji sono diventate un vero e proprio linguaggio parallelo: aggiungono ironia, attenuano una frase, fanno capire uno stato d’animo o lasciano intendere qualcosa senza scriverlo apertamente. Non sono semplici decorazioni, ma rappresentano il modo per dare una temperatura emotiva a testi che, altrimenti, rischierebbero di sembrare freddi, distaccati o persino ostili. Detto questo, i dati della ricerca mostrano una deviazione imprevista, capace di ribaltare completamente quello che credevamo di sapere.