Professor Stefano Mancuso, la nuova Enciclica di papa Leone XIV richiama con forza all’unità della vita e alla necessità della solidarietà, ricordandoci che le nostre scelte quotidiane hanno conseguenze dirette sugli altri e sul pianeta. Da scienziato che studia l’ambiente, come legge questo legame?«Escludere ciò che non è umano dalla discussione sul futuro e sulla stessa sopravvivenza della nostra specie è una dimostrazione di cecità – spiega lo scienziato, divulgatore, tra i massimi studiosi mondiali dell’intelligenza vegetale –. Vuole un esempio pratico? Prendiamo le piante. Le escludiamo dalla nostra visione perché non le consideriamo come esseri viventi o non ne percepiamo la straordinaria importanza per la sopravvivenza di tutti. Eppure, rappresentano l’87% della vita sul pianeta, mentre noi animali siamo appena lo 0,3%. Sia nella Laudato si’ di papa Francesco, sia nell’enciclica di papa Leone XIV, c’è un evidente richiamo all’unità della vita. È un appello etico, ma la questione è soprattutto pragmatica. Dobbiamo rifarci a quella frase fondamentale di papa Francesco pronunciata da solo sotto la pioggia in piazza San Pietro durante il Covid: “Non pensavamo di rimanere sani in un pianeta malato”. La relazione che esiste fra noi e tutti gli altri esseri è basata sul mutuo appoggio un termine che preferisco a cooperazione o simbiosi. Facciamo parte di un meccanismo unico. La Terra si comporta come se fosse un unico essere vivente che modifica i suoi equilibri in funzione del mantenimento della vita».L’enciclica affronta il tema della destinazione universale dei beni, estendendola oggi ai dati, alle piattaforme e agli algoritmi, e denuncia come la concentrazione di questo potere sia intollerabile. Perché questo fenomeno tocca da vicino la nostra sopravvivenza?«Se potessimo guardare il pianeta dall’esterno, vedremmo che un intero mondo è dominato dal potere di una manciata di persone, un numero che va sempre più diminuendo. Cosa non solo intollerabile ma illogica. È incomprensibile come una specie intelligente abbia fatto sì che una tale quantità di potere si accentrasse nelle mani di così pochi privati, senza alcun controllo pubblico. E ogni rivoluzione tecnologica accelera questo accentramento. Prendiamo l’Intelligenza artificiale: nessuna tecnologia è neutrale, come scrive anche papa Leone, dipende da chi la usa. Con un martello puoi costruire una casa o tirarlo in testa a qualcuno. Ma l’IA è posseduta da pochissimi. Dalla rivoluzione industriale in poi l’accentramento è stato continuo, e l’IA rischia di essere la pietra tombale su questo processo anche se la maggior parte delle persone ne ha un’idea ancora molto vaga. Di recente ho incontrato gli amministratori delegati del settore agroalimentare e della grande distribuzione italiana. Al congresso c’era un entusiasmo alle stelle per l’IA in termini di ottimizzazione e taglio dei costi che, tradotto, significa riduzione del personale. Ho fatto notare loro che oggi sono felici perché risparmiano sui lavoratori, ma che tra un anno o due, con una macchina capace di produrre decisioni logiche e formali superiori alle nostre, anche il loro ruolo di manager sarà superfluo. Fino a oggi la tecnologia ha moltiplicato la nostra forza bruta, ora per la prima volta imitiamo e moltiplichiamo la capacità logica, cioè il pensiero. Ma commettiamo l’errore di fondo di considerare la nostra maniera di pensare priva di falle. Basta guardarsi intorno, vedere il mondo che abbiamo creato, per capire che il nostro ragionamento è tutt’altro che perfetto. E l’IA non fa altro che replicare ed estendere per miliardi di volte i nostri stessi pregiudizi e le nostre incapacità dato che siamo noi ad alimentarla.I passaggi dell’enciclica sulla solidarietà richiamano la necessità di mettere in discussione i nostri stili di vita e i nostri privilegi individuali. Noi, invece, come ci poniamo davanti a questa tecnologia?«Esiste una propaganda, diffusa da personaggi come Elon Musk, che ci racconta di un’umanità finalmente libera dal lavoro e pronta a creare. Ma è una visione da libri di fantascienza, perché cosa faranno davvero otto miliardi e mezzo di persone? Saranno tutti in grado di dedicarsi alla creazione dell’arte, allo sviluppo delle scienze, a migliorare il mondo? O, forse, miliardari come Musk hanno in mente un’élite ristretta a cui questo sarà concesso dimenticando ciò a cui condannano tutti gli altri? Non possiamo lasciare il futuro in mano a quattro o cinque persone che hanno un orizzonte culturale così limitato, unito a un’enorme avidità. Però, l’essere umano è pigro. Accogliamo queste rivoluzioni con piacere perché ci sollevano da ciò che troviamo noioso, ma così facendo cediamo una parte fondamentale della nostra libertà e rendiamo la nostra specie più debole. Pensiamo alla memoria. La possediamo ancora o, piuttosto, si è atrofizzata, è scomparsa? Non ricordiamo più i numeri di telefono, non abbiamo bisogno di memorizzare informazioni perché ci basta digitare una richiesta su un display. Abbiamo delegato questa funzione a una macchina e quel muscolo cerebrale che non usiamo più si intorpidisce. In biologia sappiamo cosa significa addomesticare un animale. Se prendiamo un lupo e un cane della stessa taglia, il lupo ha un cervello del 25% più grande. Perché? Perché al cane i problemi li risolviamo noi, gli diamo il cibo, lo ripariamo, lo curiamo. Non avendo più bisogno di risolvere problemi complessi, il cervello si riduce. Se non poniamo un freno e non mettiamo regole ferree, l’Intelligenza artificiale ci addomesticherà. Ci stiamo auto-addomesticando. Fino a oggi, ci è piaciuto credere che in futuro l’umanità sarà composta da individui con teste enormi e corpi piccoli, persone che hanno puntato tutto sullo sviluppo del cervello e sollevate dalla fatica muscolare. Probabile che succeda l’esatto contrario, cioè che avremo corpi sempre più grossi e teste sempre più piccole, perché avremo rinunciato alla nostra capacità di pensare e di decidere insieme».
Lo scienziato Mancuso: «L’IA in mano a pochi. Il rischio è che finisca con l’addomesticarci»
L'esperto di neurobiologia vegetale commenta l'enciclica del Papa: «La vita sulla Terra è un sistema interconnesso. Questo dovrebbe essere il nostro punto di partenza anche nel costruire tecnologie»











