È tra le principali cause di morte cardiaca improvvisa tra i giovani e colpisce una persona ogni 1.500: in alcuni casi si tratta di ragazzi che si accasciano sul campo da gioco, durante lo sport o a causa di uno stress emotivo. Un nuovo studio partecipato anche dall’università di Pavia e dal San Matteo apre la strada a future strategie di prevenzione personalizzate per i pazienti affetti da sindrome del Qt lungo, un’insidiosa malattia genetica del cuore che può manifestarsi in persone all’apparenza sane, con svenimenti improvvisi, arresto cardiaco o morte spesso durante uno sforzo fisico o emotivo. La ricerca internazionale appena pubblicata sull’European heart journal ha seguito la “pista genetica” per identificare un gene che può modificare il rischio di incorrere in eventi cardiaci improvvisi.Medicina di precisioneGli scienziati dell’università, del policlinico e dell’istituto Auxologico italiano (oltre a decine di centri internazionali) si sono concentrati su un aspetto della sindrome del QT lungo, chiamata così per via dell’allungamento del cosiddetto intervallo Qt rilevabile attraverso l’elettrocardiogramma: non tutti i pazienti presentano lo stesso livello di rischio. Alcuni, infatti, possono vivere senza eventi gravi mentre altri sono molto più esposti a complicanze potenzialmente fatali. Un meccanismo dalle cause non del tutto comprese. Almeno finora: il nuovo studio – che si inserisce in un filone di ricerca decennale – ha identificato in un gene chiamato Mtmr4 un nuovo modificatore del rischio aritmico: un fattore che può contribuire a spiegare perché la stessa malattia sia molto più pericolosa in alcune persone, mentre altre sono meno esposte.Grazie al coinvolgimento di 1.192 pazienti è emerso un aspetto: la stessa variante genetica può avere effetti opposti a seconda della specifica forma della malattia. Nei pazienti con sindrome del QT lungo di tipo 1 può essere associata a un rischio inferiore di aritmie gravi, mentre nei pazienti con la forma di tipo 2 può aumentare il pericolo di eventi potenzialmente fatali. Un particolare rilevante, poiché conoscere il livello di rischio potrebbe – in futuro – aiutare i medici a decidere quali strategie di prevenzione adottare (come l’eventuale impianto di un defibrillatore). La comprensione del meccanismo biologico apre inoltre un’ulteriore prospettiva di ricerca: MTMR4 e i processi cellulari su cui agisce potrebbero rappresentare, in futuro, nuovi bersagli per lo sviluppo di farmaci innovativi, capaci di intervenire sui meccanismi che rendono alcuni pazienti maggiormente esposti alle aritmie. «L’obiettivo della medicina di precisione è proprio questo: non limitarsi a diagnosticare una malattia, ma comprendere quali pazienti siano davvero più a rischio e abbiano quindi bisogno di maggiore protezione», spiega Massimiliano Gnecchi, professore dell’ateneo di Pavia e direttore dell’unità di Cardiologia traslazionale del San Matteo, che è uno dei principali autori dello studio firmato anche da Peter Schwartz, direttore del centro aritmie dell’Auxologico già professore a Pavia e primario del policlinico. «A Pavia – prosegue Gnecchi – abbiamo contribuito in modo sostanziale a comprendere il ruolo di Mtmr4 attraverso modelli cellulari derivati dai pazienti. Il nuovo studio dimostra ora, su una popolazione molto ampia, che questo gene può effettivamente modificare il rischio di eventi aritmici gravi».Il ruolo di PaviaIl gruppo pavese ha giocato un ruolo determinante nella comprensione dei meccanismi biologici alla base della scoperta. La pubblicazione si inserisce infatti in una linea di ricerca alla cui fase sperimentale e meccanicistica l’unità di Cardiologia Traslazionale ha contribuito in maniera sostanziale attraverso studi basati su modelli cellulari derivati da cellule staminali pluripotenti indotte, le cosiddette iPSC. Questi studi hanno consentito di chiarire come le varianti di Mtmr4 influenzino i meccanismi che determinano la suscettibilità alle aritmie. Le iPSC consentono di ottenere in laboratorio cellule cardiache derivate dai pazienti e di osservare come una specifica alterazione genetica possa modificare il funzionamento del cuore.
Morte improvvisa tra i giovani, ricerca sul gene “killer”
A partecipare al progetto anche San Matteo e ateneo di Pavia










