Firenze, 21 maggio 2026 – Arresti cardiaci improvvisi in giovani apparentemente sani, spesso sportivi e senza alcun segnale clinico evidente, potrebbero avere origini finora sottostimate nella combinazione tra genetica e alterazioni strutturali del cuore. A indicarlo sono nuovi studi internazionali che mostrano come alcune mutazioni genetiche e la presenza di fibrosi del tessuto cardiaco — visibile esclusivamente attraverso la risonanza magnetica cardiaca con mezzo di contrasto — possano rappresentare indicatori precoci e decisivi del rischio di morte cardiaca improvvisa.

L'interno di una sala operatoria

Le evidenze arrivano da tre ricerche coordinate dalla Società Italiana di Cardiologia e pubblicate su JAMA Cardiology, European Heart Journal e Journal of the American College of Cardiology: Heart Failure. Ai lavori ha partecipato anche l’Università di Firenze, all’interno di una più ampia rete internazionale. Nel complesso, gli studi ridisegnano il profilo di rischio delle aritmie fatali, mettendo in discussione il paradigma clinico tradizionale basato quasi esclusivamente sulla frazione di eiezione, cioè la capacità del cuore di pompare sangue.

Il limite dei parametri tradizionali e il ruolo della genetica