di Roberta Marchi

Negli ultimi anni le emergenze sanitarie legate agli allevamenti intensivi si sono susseguite con una frequenza sempre più inquietante. Influenza aviaria, peste suina africana, afta epizootica, Bluetongue, morbo della mucca pazza: nomi diversi per un problema che continua a ripresentarsi, spesso trattato come una fatalità inevitabile anziché come il sintomo di un sistema profondamente fragile, mostruoso e crudele.

Ogni nuova epidemia viene raccontata come un evento isolato, un’emergenza temporanea da contenere. Eppure il punto centrale resta quasi sempre fuori dal dibattito pubblico: il modello produttivo su cui si basa l’industria della carne e dei suoi sottoprodotti. Un sistema costruito sulla concentrazione di migliaia di animali in spazi ridotti, sulla massimizzazione della produzione e sulla compressione dei costi, dove il benessere animale diventa inevitabilmente secondario rispetto alla resa economica. E’, di fatto, sempre inesistente. Un tradimento vergognoso. Una bugia.

Per molto tempo tutto questo è rimasto invisibile agli occhi della maggior parte delle persone. Polli, maiali e bovini esistono quasi esclusivamente come prodotto finale: confezioni ordinate nei supermercati, ingredienti sugli scaffali, numeri all’interno della filiera alimentare. La loro vita reale, fatta di oppressione, crudeltà, sovraffollamento, selezione intensiva, trattamenti sanitari continui e abbattimenti di massa, resta lontana dall’immaginario collettivo.