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Ultimo aggiornamento: 7:00
Il 13 gennaio 2001 in una cascina del bresciano fu scoperto il primo caso, in Italia, di morbo della mucca pazza, l’encefalopatia spongiforme bovina (Bse, bovine spongiform encephalopathy), malattia causata dall’accumulo nell’organismo di proteine mutate chiamate ‘prioni’. Diagnosticata per la prima volta nel Regno Unito nel 1986, dieci anni dopo – nel 1996 – The Lancet segnalò i primi dieci casi di persone affette da una variante della malattia di Creutzfeldt-Jakob, legata al consumo di carne bovina infetta. Fu il panico in tutta Europa, ma per l’Italia l’allarme scattò proprio nel 2001. È passato esattamente un quarto di secolo, venticinque anni di storia, di infezioni animali e pandemie che allarmano, sembrano sotto controllo, poi tornano. Ma cosa abbiamo imparato? Cosa sappiamo oggi in più di queste infezioni nate dagli animali, del ‘salto di specie’ all’uomo e della probabilità che si trasformino in pandemie con la diffusione in più continenti?
A settembre 2025, una risposta l’ha fornita il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, in occasione della conferenza Mastering Immunity 2025 che si è tenuta a Singapore. “La prossima pandemia – ha detto – potrebbe scoppiare in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento. Potrebbe essere causata da un virus noto o da un agente completamente nuovo, quello che gli scienziati definiscono patogeno X. La domanda non è se emergerà il patogeno X, ma se saremo pronti quando accadrà”. Perché è certo che accadrà, ma la prevenzione è comunque l’arma migliore che abbiamo. E prevenire significa in primis conoscere: sapere quali sono le infezioni che hanno attraversato l’Europa negli ultimi decenni, se rappresentano o meno una minaccia e cosa si sta facendo a riguardo. Ce n’è più che mai bisogno, perché il complicato momento geopolitico, i conflitti e la cronaca spesso sconcertante non distragga da un’altra guerra altrettanto letale.






