Un accenno lieve di accento toscano fa capolino nei discorsi di Vittoria Puccini, una Venere di Botticelli nata per lo schermo, elegante, raffinata, capace di gestire un’immagine che, se non accompagnata da carattere determinato, avrebbe potuto relegarla nello stereotipo della bella e basta: «Dopo oltre vent’anni – riflette – sono ancora qui, ci sono stati momenti in cui l’aspetto fisico mi ha aiutato, perché nel nostro lavoro è una cosa importante. Avere la fotogenia, il primo piano forte, aiuta. L’immagine conta, è inutile negarlo. E a dire la verità, non ho mai vissuto la bellezza come un ostacolo o come qualcosa che potesse complicarmi la vita». Come è cambiato, nel tempo, il suo rapporto con il lavoro?«L’approccio è rimasto uguale, l’ho sempre affrontato con professionalità, disciplina, anche amore. Altre cose invece si sono modificate, l’esperienza conta, anche se ancora oggi ogni volta che affronto un ruolo è come se fosse la prima. Ho sempre un certo timore, non mi sento mai del tutto sicura e tranquilla, non penso mai, “va bene, questo ruolo me lo mangio”. Penso che pure questo sia, in fondo, un segreto di bellezza, mi stimola, è come se mi mantenesse sempre giovane».

Se potesse incontrare oggi la Vittoria Puccini degli esordi, che consiglio le darebbe?«Di non farsi spaventare troppo dai no e dai provini che non vanno bene. Facciamo un mestiere che comporta il dover essere sempre scelti, accettare di essere rifiutati non è semplice, è qualcosa che va elaborato e metabolizzato, si deve superare la sensazione spiacevole di non essere piaciuti, di non essere stati considerati giusti per quella parte. Bisogna acquisire la capacità di non vivere tutto questo come un totale fallimento». Ha rimpianti?«No, rispondo senza nemmeno pensarci, ha presente la canzone di Edith Piaf Non, je ne regrette rien? Ecco, per me è così. Rimpianti zero, rifarei tutto. Ho pianto tanto ascoltando il brano nel film con Cotillard, forse proprio perché mi sono ritrovata in quelle parole, in quello stato d’animo». Qual è il suo peggior difetto?«Una cosa in cui sono migliorata, anche se continuo a lavorarci, è proprio il vivere in modo drammatico le cose negative della vita. Dovrei acquistare un po’ più di sana leggerezza, che non significa superficialità. Vorrei imparare a concentrarmi di più sugli eventi positivi, vedere più spesso il bicchiere mezzo pieno». È diventata madre molto presto, un bene o un problema?«Ho avuto Elena da giovanissima, avevo tanta energia, e quindi ho vissuto la maternità molto bene, non mi pesava lavorare di notte, rientrare a casa di mattina e accompagnarla all’asilo. Quando Elena è arrivata avevo già una situazione economica stabile e quindi mi sono potuta permettere gli aiuti di cui avevo bisogno. Facevo un lavoro complicato per via degli spostamenti, ma avevo anche la possibilità di portare Elena con me, oppure di appoggiarmi ai nonni e alle baby sitter. Mi ritengo una privilegiata, per chi non ha tutte queste opportunità, conciliare lavoro e famiglia non è per niente facile. Su questo piano noi donne non abbiamo ottenuto ancora niente». Che cosa servirebbe?«Per esempio il congedo familiare paritario che non esiste, si discute tanto di diritti, ma le donne, in ambito professionale, non hanno ancora le stesse opportunità degli uomini, per averle bisognerebbe aver conquistato tanti traguardi che, invece, sono ancora lontani». Nel nuovo film di Francesca Archibugi, Illusione, lei è Susanna, moglie dello psicologo Stefano (Michele Riondino), impegnato nel difficile caso di una ragazza sfruttata e abusata. A un certo punto Susanna lo lascia, perché intravede, nel coinvolgimento del marito, un pericolo per la stabilità familiare. Come giudica il suo personaggio?«Susanna è un’analista come il marito, ma ha abbandonato la professione per dedicarsi ai suoi due figli. Mi è piaciuta la sua consapevolezza, capisce che il marito si sta allontanando, travolto dall’impatto emotivo del caso di cui si occupa, e così decide di andarsene, è una donna compressa, che a un certo punto reagisce con decisione».