Sono passate due stagioni di pellegrinaggio (Hajj, ndr) e la terza si avvia alla conclusione, eppure ai gazawi continua a essere negato questo diritto. Mentre televisioni e social media traboccano di immagini di pellegrini riuniti alla Mecca, i musulmani di Gaza osservano da tende, case semidistrutte e macerie.

Ancora una volta sono privati dell’opportunità di adempiere a uno dei cinque pilastri dell’islam, mentre Israele controlla i movimenti al valico di Rafah. Anno dopo anno sono costretti a guardare da lontano. Una distanza che non si misura in chilometri, ma in frontiere chiuse e in un’occupazione che si frappone tra loro e un viaggio sacro che potrebbe avvenire una sola volta nella vita.

Questa negazione deriva dal fatto che il valico di Rafah è l’unica porta di accesso al mondo esterno per chi vive a Gaza. E anche quando viene riaperto parzialmente, Israele continua a imporre restrizioni ai movimenti.

Anche in passato, compiere l’Hajj, era difficile soprattutto a causa dei costi elevati. Partire dalla Striscia spesso supera i 4-6mila dollari a persona. Una cifra altissima dovuta alla complessità del viaggio: registrazione, alloggio, visti e spostamenti necessitano di risorse economiche e lunghe pratiche burocratiche. I pellegrini viaggiano in autobus fino all’Egitto e poi in aereo verso l’Arabia Saudita, e questo rende i prezzi più alti rispetto a quelli sostenuti da altri pellegrini nel mondo. Fin da prima della guerra viaggiare è sempre stato complicato.