In un piccolo armadietto all’interno di una casa danneggiata nella Striscia di Gaza, una valigia bianca rimane accuratamente riposta. Al suo interno c’è un abito ihram che non è mai stato indossato. Accanto, vecchi documenti di registrazione e nomi scritti anni fa, appartenenti a persone che aspettano una chiamata che dovrebbe segnare l’inizio di un viaggio irripetibile nella vita: l’Hajj.
L’Hajj è un pellegrinaggio religioso che i musulmani compiono alla Mecca, in Arabia Saudita. È uno dei cinque pilastri dell’Islam. Ogni anno, più di due milioni di musulmani provenienti da tutto il mondo si riuniscono in un unico luogo per compiere rituali che durano diversi giorni, in uno dei più grandi raduni religiosi annuali del mondo, dove tutti si presentano uguali con abiti semplici e in un atto condiviso di adorazione. Eppure, a Gaza, ha smesso di essere soltanto un viaggio spirituale ed è invece diventato un sogno rimandato, sospeso dalla guerra e dalla chiusura dei valichi.
Il palestinese Abu Mohammed Al-Assar (68 anni) racconta di essersi registrato per l’Hajj molti anni fa e di aver atteso con impazienza il suo turno, soprattutto ora che sta invecchiando e sente che il tempo non è più dalla sua parte. Aggiunge che la guerra ha portato via tutto alle persone di Gaza, compreso il diritto di raggiungere le terre sacre, sottolineando che molti anziani vivono un profondo dolore e una grande tristezza ad ogni stagione del pellegrinaggio. Ricorda inoltre che alcuni suoi amici in attesa del proprio turno sono morti durante la guerra, cosa che lo spinge ad aggrapparsi ancora più fermamente alla sua preghiera quotidiana affinché i valichi vengano aperti prima che sia troppo tardi.






