«Noi siamo chiusi qui, a Gaza. Se Israele sarà costretto a limitarsi con l’Iran e magari persino con il Libano, dove pensi che scaricherà tutta la sua violenza?». Le testimonianze che raccogliamo in queste ore dalla Striscia sono quasi tutte cariche di angoscia, come questa di Khalil, residente di Gaza City.

DA MESI i palestinesi si chiedono che fine abbiano fatto i paesi mediatori, dove sia andato a morire il cosiddetto piano di pace del presidente Usa Donald Trump e che razza di cessate il fuoco sia quello durante il quale vengono ammazzate 998 persone. «Lo sappiamo coma funziona. Se gli Stati uniti raggiungono in Medio Oriente un accordo che Israele non vuole, a pagare sono i palestinesi», dice Areej da Deir al-Balah. Subito dopo la notizia di un accordo tra Washington e Teheran, il ministro della difesa Israel Katz si è affrettato a dichiarare che Tel Aviv occuperà Gaza «senza alcun limite di tempo», così come intende fare con le aree invase in Libano e Siria. E che le zone saranno «sgomberate» dagli abitanti, di cui verranno distrutte le case e i villaggi.

È successo anche ieri, nei pressi di al-Tuffah, dove decine di palestinesi stanno lasciando le proprie abitazioni a causa dell’avanzata israeliana. I testimoni raccontano che l’esercito ha posizionato nuovi blocchi di cemento gialli, definendo in maniera illegittima e arbitraria l’allargamento delle aree occupate. «Quando compaiono i blocchi gialli, il messaggio implicito è che i soldati ammazzeranno chiunque viva o si trovi a camminare nei pressi di quell’area – continua Khalil – Non c’è bisogno che facciamo nulla di particolare, basta che camminiamo, che ci muoviamo, che esistiamo». Mentre i negoziati tra Hamas e il Board of Peace procedevano al Cairo, Israele ha ucciso ieri almeno quattro persone in diversi agguati con droni e aerei. Nel quartiere di Sheikh Radwan, Mohammad al-Habeil e il suo figlioletto Mousa riempivano le cisterne d’acqua sul tetto di casa quando un raid israeliano li ha colpiti senza alcun preavviso, uccidendoli entrambi.