Il 28 agosto scorso il governo di Benjamin Netanyahu, in Israele, ha rilasciato un comunicato che dichiarava Gaza City, la principale città della Striscia di Gaza, zona di guerra e sollecitava la gente a lasciare le proprie case. Non è la prima volta che l’Idf, l’esercito israeliano, si avvicina alla capitale della Striscia: già a inizio guerra, Gaza City era stata in parte occupata, diversi edifici (ospedali inclusi) erano stati rasi al suolo e molti civili erano stati uccisi.Con la nuova offensiva che è già partita, Wired ha raggiunto telefonicamente una fonte tra la popolazione gazawa, della quale manteniamo l'anonimato per ragioni di sicurezza. La persona ci racconta le enormi difficoltà che gli abitanti della città stanno affrontando: “Restiamo in casa, ma adesso abbiamo paura: negli ultimi giorni d’agosto, i bombardamenti si sono intensificati. Noi speriamo che tutto questo sia solo scena per compiacere l’opinione pubblica israeliana, ma temo che lo scopo sia cacciarci definitivamente. O ucciderci, se non ce ne andiamo”.Il raccontoLa Striscia già tagliata in due in passatoI problemi da affrontareCibo in aumento prima dell’offensivaLa Striscia già tagliata in due in passatoI contatti con la fonte procedono da agosto. Allora ci aveva raccontato del suo viaggio verso la zona sud della Striscia di Gaza, dove ha casa un familiare. La sua famiglia voleva prepararsi a un attacco israeliano spostando già vestiti, alcuni generi di prima necessità e gli oggetti necessari per continuare a lavorare. “È stato sfiancante”, aveva detto in quell'occasione. “Ci sono volute sei ore per fare avanti e indietro da una parte all’altra della Striscia, e si tratta di una cinquantina di chilometri”, aveva proseguito. La sua famiglia ha la fortuna di avere ancora una macchina. Un lusso per i gazawi: all’indomani del 7 ottobre, moltissimi palestinesi avevano lasciato la città a dorso di mulo.Quel giorno, la fonte aveva anche parlato dei dilemmi che attanagliavano la sua famiglia nel decidere sul da farsi: “Se ci cacciano, quanto a lungo saremo fuori? Sarà il caso di portare anche vestiti estivi? Ed è meglio portare quelli o qualche provvista in più, col rischio di ritrovarci sguarniti a casa? E vale la pena fare un viaggio con i materassi appresso?”. Un’altra cosa di cui si era lamentata era l’estrema incertezza: “Un giorno ci dicono che ci bombardano, un altro che vogliono dare Gaza a una forza di occupazione internazionale, per noi tutta questa ambiguità è mentalmente difficile da gestire”.I problemi da affrontareA qualche settimana di distanza la situazione è radicalmente cambiata. Gli annunci del governo di Benjamin Netanyahu nell’ultimo mese si sono concentrati sulla Cisgiordania, con la costruzione dell’ennesimo insediamento illegale nella West Bank. Ma un altro comunicato è stato rilasciato il 28 agosto: Gaza City è una zona di guerra. Gli aiuti totalmente insufficienti arrivati dai camion sono stati sospesi, in vista di una sospirata - e sempre meno chiara, sia nei contorni che nell’impatto - vittoria dell'Idf contro Hamas.“Hanno detto che vogliono iniziare a svuotare la città entro 10 giorni e ci hanno ordinato di andare ad al-Mawasi, nel Sud. Noi abbiamo paura, non sappiamo cosa fare o come andarcene”, ci confida la fonte. La situazione è notevolmente peggiorata: “Negli ultimi due giorni, i bombardamenti si sono intensificati. Non che prima non ci fossero. Ma adesso ce ne sono molti di più in notturna, quando la gente dovrebbe dormire. Negli ultimi due mesi si bombardava meno, adesso sentiamo esplosioni ogni ora”, dice. Sono bloccati, ma anche volendo non sanno come andarsene.Non sono gli unici: la maggioranza dei gazawi non può permettersi il noleggio di un veicolo per andare nel sud della Striscia. E c’è anche un problema di alloggi: “È difficilissimo trovare una stanza a Rafah o Khan Younis, i prezzi sono schizzati con l’annuncio dell’attacco: per una stanza vengono chiesti 3.000-4.000 shekel, circa 1.000-1.200 dollari”, dice.Sono pochi gli edifici rimasti in piedi nella Striscia. A nord Beit Hanun, Beit-Lahia e Jabalia sono le zone più colpite, in macerie. Anche Rafah e Khan Younis a sud sono state devastate. Per quanto riguarda Gaza City, è in una situazione mista: alcune zone restano in piedi, ma almeno la metà della città è inabitabile, e gli israeliani si stanno concentrando sulle torri, fra i pochi edifici ancora in piedi, soprattutto nel quartiere di Zeitoun e Sabra, dove in un mese -dal 6 agosto al 6 settembre- sono stati demoliti più di mille edifici. La Bbc ha verificato come un ruolo fondamentale sia stato svolto non solo dai bombardamenti, ma anche dalle demolizioni degli edifici civili messe in piedi dall’Idf.“La maggioranza della gente pianta una tenda di fronte a casa propria per avere un posto”, ci viene detto. C’è una zona ancora integra, nel centro della Striscia, dove i tank israeliani non sono passati, spiega: “È la nostra ultima risorsa, quindi la popolazione si sta rifugiando lì. Molti non hanno un posto dove andare. Ed è folle: già la Striscia è troppo piccola per due milioni di persone, la zona centrale sono circa 20 chilometri. Dove dovremmo andare?”.Mentre intervistiamo la fonte, ci arriva per messaggio un video che ha girato. Si tratta di un drone di ricognizione israeliano, un puntino rosso nella notte che fa uno strano ronzio. “Per me è sfiancante, il rumore è fortissimo e non ci permette nemmeno di dormire, è come avere una motocicletta sotto casa di continuo”, spiega. Non sa chi stia cercando nello specifico, ma mi dice senza giri di parole: “Ormai sappiamo come si muovono: questi droni li mandano quando stanno cercando qualcosa nello specifico, osservando qualcuno o si stanno preparando a un’offensiva su vasta scala. Che è quello che hanno promesso, quindi nessuno è sorpreso”.Cibo in aumento prima dell’offensivaEppure, la situazione sembrava essersi stabilizzata a inizio agosto. “Le distribuzioni di cibo erano ricominciate, dopo le pressioni della comunità internazionale su Israele”, dice. All’inizio il quantitativo era insufficiente: 20-50 camion al giorno, ma ne sarebbero serviti 600. Però, con un flusso costante di aiuti, i beni stavano raggiungendo Gaza. “Non tutto, c’era poca varietà, ma comunque erano cose essenziali: farina, zucchero, olio, riso, qualche verdura. Di recente, iniziava anche ad arrivare qualche tipo di frutta. È molto cara: due settimane fa era a 21 dollari al chilo al kg, adesso è scesa a 12 dollari”. Non ci sono differenze fra mele, pere o fichi, il prezzo è unico. E non è alla portata di tutti i gazawi: “Prima della guerra, il prezzo massimo per frutta e verdura era di 2,4 dollari. Dieci chili di pomodori costavano intorno ai 3 dollari”.C’è un altro problema, che mette in crisi i gazawi sia quando debbono portare cibo a casa che quando debbono trovare un posto dove stare: non c’è denaro. La maggioranza delle persone non ha contante in mano, c’è una grande crisi di liquidità e molte cose non si possono pagare con la carta di credito: il taxi, l’affitto, molti beni al mercato. “È una cosa totalmente nuova, e sta succedendo adesso: con i prezzi alti e la mancanza di contante, è difficilissimo trovare un appartamento o pagare per spostare le proprie cose con un veicolo”, racconta la fonte.Quando chiediamo della quotidianità a Gaza, la nostra fonte è molto diretta: “Tutto è pericoloso al momento, ma non possiamo bloccare le nostre vite, il nostro lavoro, o smettere di mettere da parte provviste. Quindi, anche se è molto pericoloso, ci sarà sempre gente per le vie di Gaza. La strada è casa per molti di loro, ormai”.